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IMPERIVM·ROMANVM

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IMP. CAESAR MARCVS IVLIVS PHILIPPVS AVGVSTVS

M. Giulio Filippo detto l’Arabo, in quanto nato in Traconitide da un capo arabo di nome Marino che era entrato nell’ordine equestre.

Divenne Imperatore prima del 15 marzo 244 d.C. e fu assassinato tra il 22 settembre e il 16 ottobre del 249 dal primo degli Imperatori illirici Decio. Con lui morì il figlio, che egli aveva associato al trono nel 247 con il suo stesso nome, ma che viene ricordato dagli storici come Filippo II. Fra i suoi titoli, come risulta dalle iscrizioni, ebbe oltre gli ormai consueti per l’epoca di pater patriae (padre della patria) e pontifex maximus (pontefice massimo) i cognomina ex virtute di Persicus o Persicus maximus, Parthicus maximus, Germanicus maximus, Carpicus maximus, conseguiti in virtù dei suoi trionfi militari. Ebbe tre consolati (nel 245, 247, 248) e naturalmente sei tribunicae potestates, una per ogni anno di regno.

Fu prefetto del pretorio dell’Imperatore Gordiano III, da lui probabilmente ucciso, mentre si trovava al suo seguito durante la campagna contro i Persiani, con i quali stipulò poi frettolosamente la pace, per recarsi a Roma, dove fu riconosciuto. In seguito al trattato con i Persiani Roma perse il controllo dell’Armenia Maior, conservando però quello sull’Armenia Minor e sulla Mesopotamia. L’Imperatore si fregiò allora del titolo di Persicus Maximus, propagandando l’evento con la dicitura nelle monete di “pax fondata cum Persis”.

L’Historia Augusta (Gordiani tres, 28-31) fa di tutto per denigrare la figura di Filippo, di cui non riconosce legittimo l’impero: ita Philippus impie, non iure optinuit imperium (Gordiani tres, 30,9). Si ricordi tuttavia che essa è fonte tendenziosa e neppure quasi certamente coeva agli eventi. Dopo il duro periodo di Massimino il Trace, il Senato aveva riacceso le speranze con il nuovo e giovane Imperatore Gordiano III, che fin dall’inizio aveva regnato in armonia con il Senato. L’arrivo sulla scena politica di un nuovo uomo d’armi, in qualità di prefetto del pretorio di umile origine e per di più straniero non poté piacere agli ambienti filo-Senatori, che ne diedero un profilo sinistro. Secondo la H.A. egli avrebbe addirittura sviato le navi che portavano i rifornimenti alle truppe impegnate nella campagna contro i Persiani, le quali furono inoltre condotte in luoghi di difficile vettovagliamento ed istigate ai danni del giovane Imperatore. Ma la perfidia di Filippo non sarebbe terminata qui. Avrebbe, sempre secondo la nostra e purtroppo unica fonte principale, corrotto personaggi influenti (principes), al fine di farsi eleggere tutore di Gordiano III e governare l’impero con pari poteri (pariter). Ma l’ambizione dell’infido non si sarebbe fermata, in quanto ben presto avrebbe fatto eliminare lo scomodo ragazzo. Il racconto dell’Historia Augusta e delle fonti che da lei o dalla sua fonte originaria derivano è oltremodo fazioso, sia per la provata partigianeria di essa pro-Senatoria, sia propria per l’enfatica denigrazione di cui è fatto oggetto Filippo. Per lui vengono usati termini quali improbitas, ignobilis, superbus, mentre Gordiano III è iuvenis laetus, pulcher, amabilis, gratus omnibus, in vita iocundus, in litteris nobilis. Amatus a populo et senatu et militibus (H.A. vita Gordianorum trium, 30, 4-5). Non si capisce d’altra parte come mai Filippo dopo avere denigrato e fatto assassinare il predecessore fece di tutto per preservarne la memoria, facendolo divinizzare e lasciando intatti statue e monumenti e facendo costruire il suo cenotafio a Zaita, poco lontano dall’Eufrate, che rimaneva in piedi ancora all’epoca di Giuliano l’Apostata. Altri Imperatori che salirono al potere anche in modo meno violento fecero ben peggio nei confronti dei loro predecessori!

Tuttavia mancando di altre fonti dobbiamo accettare quanto l’Historia Augusta ci dice.

Le altre fonti “minori” sono sulla stessa linea, in quanto come si è già detto derivano dalla H.A. o dalla fonte della stessa e vengono qui riportate solo a scopo informativo.

Eutropio (IX, 2-3) asserisce che Gordiano III fu ucciso col tradimento (fraude) da Filippo e poi i due Filippi insieme celebrarono con grande solennità il millenario della città, prima di essere uccisi, uno a Verona e il figlio a Roma.

Anche l’Epitome de Caesaribus (cap. 27) parla della uccisione di Gordiano da parte di Filippo, il quale venne poi eliminato in maniera violenta a Verona dall’esercito (interfectus est medio capite supra ordines dentium praeciso), mentre il figlio (la nostra fonte lo chiama Marcus Iulius Saturninus) veniva ucciso a Roma (cap. 28). Di lui l’incerto autore del libello ricorda la tristezza (severi et tristis animi).

Aurelio Vittore (Liber de Caesaribus, 27, 8)  asserisce che Gordiano III fu ucciso col tradimento (insidiis) da Filippo. Egli ed il figlio furono poi uccisi rispettivamente a Verona ed a Roma (Aurelio Vittore: Liber de Caesaribus, 28, 30). 

LE IMPRESE MILITARI: Combatté contro i Carpi. Questa popolazione germanica aveva minacciato i confini dell’impero già nel 244 e quando i legati imperiali non riuscirono a respingere gli invasori al di là del Danubio in Dacia, l’Imperatore in persona assunse il comando supremo della guerra (245), sconfiggendoli e costringendoli alla pace, grazie anche all’aiuto di un contingente di Mauri ed assumendo in tale occasione il titolo di Carpicus Maximus e celebrando la vittoria in emissioni numismatiche. Tornato a Roma e sfruttando l’entusiasmo causato dalla vittoria militare conferì al figlio i titoli di augustus e pontifex maximus, sancendo di fatto quella diarchia ereditaria che era nella mente di Filippo già dall’inizio del regno, quando aveva fatto riconoscere dal Senato il titolo di Caesar al settenne figlio. La politica nepotista di Filippo l’Arabo era stata comunque evidente fin da quando, per tornare in Roma, aveva lasciato alle spalle il fratello Prisco come governatore della Mesopotamia con l’onorevole titolo di rector Orientis. La stessa moglie Marcia Otacilia Severa fu elevata al rango di augusta, per poi diventare mater Augusti et castrorum et senatus et patriae. Anche il fratellastro, o secondo altri genero dell’Imperatore, Severiano, ricevette un importante comando militare ed il padre, Marino, fu fatto divinizzare, per dare prestigio alla sua dinastia. Si ricordi che la fonte successiva filo-senatoria e quindi avversa a Filippo “Epitome de Caesaribus” (cap. 28) definisce con disprezzo Marino ductor latronum, capo brigante, in realtà un ricco sceicco arabo, come d’altra parte lo dimostrano le carriere dei due figli, Filippo ed il fratello. Non si dimentichi, infatti, che quando Filippo l’Arabo avrebbe ucciso il suo Imperatore, era legittimo prefetto pretorio, carica che rappresentava il culmine della carriera equestre, che difficilmente avrebbe raggiunto un figlio di briganti.

Del titolo di Germanicus maximus nulla sappiamo. Forse è il risultato di lotte vittoriose contro i Quadi.

 

IL MILLENARIO DI ROMA: L’avvenimento più importante del suo regno fu comunque nel 248 la celebrazione delle feste per il millenario della fondazione di Roma. Secondo Varrone infatti Roma sarebbe stata fondata il 21 aprile del 753 a.C. Il 21 aprile 247 l’Imperatore era impegnato nelle campagne militari. Tornato a Roma nel 248, chiudendo le celebrazioni secolari, inserendosi in una tradizione di feste secolari precedenti di grandi Imperatori come Augusto, Antonino Pio e Settimio Severo, volle anche celebrare la fine delle guerre. Dette feste durarono tre giorni e tre notti con grande fasto, nelle quali oltre alle consuete cerimonie religiose vennero allestiti sfarzosi giochi circensi, nei quali furono impiegate le belve esotiche che Gordiano III aveva catturato durante la sua spedizione contro i Persiani. In monete dell’epoca vediamo leoni, cervi ed ippopotami. La fine del decimo secolo di vita della città e l’inizio dell’undicesimo secolo venne ricordata dall’Imperatore e dal figlio con emissione di monete recanti le legende SAECVLARES AVGG., SAECVLVM NOVVM e AETERNITAS AVGG. con la raffigurazione di un elefante, simbolo di longevità.

LEGGI E PROVVEDIMENTI: In campo fiscale, almeno in Egitto, come si può desumere da alcuni papiri, cercò di alleviare il peso delle imposte e ripartire più equamente l’onere delle liturgie.

Come opere pubbliche migliorò l’approvvigionamento idrico dei quartieri al di là del Tevere.

Fondò in Traconitide, nel suo luogo di nascita la colonia di Filippopoli, fece costruire strade e cercò di combattere il brigantaggio in Umbria.

Favorì anche la cultura se, come sembra, è da attribuire al suo regno un encomio di un retore intitolato “eis basilea”, conservato fra le orazioni di Elio Aristide, riproducente il ritratto del principe giusto. Anche il sofista ateniese Nicagora rese omaggio all’Imperatore.

Sul piano della moralità varò leggi contro la castrazione e l’omosessualità. Ma non furono le uniche sue leggi, in quanto molti provvedimenti legislativi di diritto civile contenuti nel Codex Iustinianus risalgono al suo principato. Per citare un esempio specifico di una disposizione risalente al suo regno la posizione dei membri dei consigli municipali è chiarita dal fatto che i figli dei decuriones erano obbligati a ricoprire cariche onorifiche e ad adempiere a doveri pubblici nelle comunità dei loro padri. (Cod. Iust.)

IL CRISTIANESIMO DI FILIPPO: Riguardo la tradizione, riportata da Eusebio secondo la quale Filippo sarebbe stato il primo Imperatore romano cristiano c’è molto da dubitare, nonostante la rispettabile opinione della Prof. Marta Sordi.

Le lettere che Origene inviò all’Imperatore non stanno affatto a dimostrare un cristianesimo dell’Imperatore, ma solo un logico interessamento di un buon Imperatore per le questioni religiose. Eusebio, che pur ne è a conoscenza, non le utilizza per dimostrare la cristianità dell’Imperatore o tantomeno una sua vicinanza ad ambienti cristiani. Certamente nella congiura che portò alla sua soppressione cooperarono elementi Senatori tradizionalisti, che mal vedevano la tolleranza dell’Imperatore verso il gruppo dei Cristiani, la cui importanza, fin dall’epoca antonina, era in ascesa. Le fonti che dicono Filippo cristiano sono solo cristiane e tendono a confrontare il regno di Filippo con quello “terribile” di Decio. La persecuzione di Decio fu infatti sistematica e programmata, proprio per arginare la crescente potenza dei nuovi culti emergenti, in nome del ritorno ai culti tradizionali di Roma. E’ comunque indubbio che Filippo fu, se non cristiano, almeno tollerante verso i Cristiani, che poterono liberamente riportare il corpo del papa Ponziano, morto in esilio in Sardegna, a Roma e professare liberamente i propri riti nell’Impero.

USURPATORI: Verso la fine del suo regno comparvero sulla scena politica alcuni pretendenti al trono. Usurpatori furono Pacaziano (che coniò monete con la legenda Romae aeternae anno millesimo et primo), Iotapiano (che forse era imparentato con la dinastia dell’Imperatore Severo Alessandro) e Giulio Aurelio Sulpicio Uranio Antonino, dei quali solo il terzo sopravvisse più a lungo, cioè fino al 253/4. Una moneta singola trovata in Lorena menziona un tentativo di ribellione di un certo Silbannacus.

Prof. Lorenzo Tomassini  scripsit 2004


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