S·P·Q·R

IMPERIVM·ROMANVM

S·P·Q·R

Indietro  Vai alla pagina principale · Visualizza tutti i contenuti del sito · Vai al forum del sito · Avanti


A mia nonna
PVBLIO QVINTILIO VARO E LA SCONFITTA DI TEVTOBVRGO
9  d.C. – 2009 d. C.

PUBLIO QUINTILIO VARO

LA FAMIGLIA

Il padre Sex. Quintilio Varo, questore nel 49 a.C., era repubblicano e dopo Filippi si suicidò.
Varo ebbe tre mogli. La prima moglie ci è ignota, ma la seconda si chiamava Vipsania ed era perciò figlia di Agrippa, sorellastra di Vipsania, moglie amata di Tiberio, che poi Livia fece ripudiare al figlio per dargli in sposa l’infedele Giulia. Infatti sono entrambe figlie di Agrippa, ma la prima nacque dal matrimonio tra il collaboratore di Augusto e la figlia di Pomponio Attico Cecilia Attica, ripudiata la quale per un sospetto di tradimento, Agrippa sposò Marcella Maior, figlia di C.Marcello e di Ottavia, sorella di Ottaviano. Dal matrimonio nacque appunto la Vipsania moglie di Varo. E’ significativo che in seguito Varo sposò la nipote della ex moglie. Infatti la terza moglie di Varo fu Claudia Pulchra figlia di Marcella minor sorella di Marcella maior, figlia di C.Claudio Marcello e di Ottavia sorella di Augusto.
Alcuni anni dopo fu processata e condannata a morte. Fu accusata di dissolutezza impudicitia1 e di veneficia ai danni del princeps, cioè di avere fatto uso di filtri, ma in realtà pagò l’amicizia profonda con la cugina Agrippina, a tal punto che Tacito parla di cultus. L’accusa fu sostenuta da Afro che poi accusò anche il figlio di Claudia Pulcra e Varo2.
Varo aveva tre sorelle di nome Quintilia, che sposarono personaggi importanti, quali un Appuleio, console nel 29 a.C. discendente dalla sorellastra di Augusto Ottavia, un Asprenate, figlio di console, e un Dolabella, figlio anche lui di console. I quattro figli delle sorelle divennero tutti e quattro consoli. Sorte non felice invece ebbe il figlio del nostro Varo Quintilio Varo. Seneca nelle Controv.,I,3,10 dice del figlio di Varo rifererendosi al padre ista neglegentia pater tuus exercitum perdidit.

IL CURSUS HONORUM
Varo ebbe un sacerdozio o augure o pontile, ma sicuramente fece parte del collegio dei Fratres Arvales.
Fu quaestor augusti seguendo il princeps nel viaggio che Augusto compì nel 22 a.C. nelle isole greche e che durò tre anni Console nel 13 a. C. insieme a Ti Claudio Nerone (futuro imperatore Tiberio per il quale fu il primo consolato).
Fu proconsul Africae o nel 8-7 a.C. o più probabilmente nel 7-6. Esiste una moneta coniata nella città di Acolla con il nome di P.Quintilio Varo sul verso, mentre sul recto compaiono le teste di Augusto e due fanciulli, cioè i nipoti Lucio e Gaio Cesare. Divenne poi legatus Syriae dal 6 a.C probabilmente al 4 a.C. In questo periodo diede prova di particolare energia, ma anche diplomazia, doti che gli avrebbero poi assicurato il comando della armata germanica. Durante il periodo della legazione in Siria dalla sua provincia intervenne più volte in Palestina per sopprimere un’insurrezione; l’ultimo intervento alla testa di un grande esercito, domò l’insurrezione. In questo frangente secondo lo storico ebreo Giuseppe Flavio, la città di Seppori fu messa a ferro e fuoco e gli abitanti ridotti in schiavitù, fatto che serve da sostegno per gli storici che parlano di una presunta gratuita crudeltà di Varo, che, però, d’altra parte, sempre secondo Giuseppe Flavio, congedò gli alleati arabi perché saccheggiavano con troppo entusiasmo3.
In seguito gli fu assegnato il comando dell’armata germanica nel 6 o 7 d.C. a cinquantacinque anni.

LA BATTAGLIA DI TEOTOBURGO
Floro attribuisce a Varo difetti quali libido, superbia e saevitia che avrebbero iniziato a provocare l’odio dei barbari nei suoi confronti. Poi sempre Floro lo dice incautus, in quanto avrebbe confidato nella forza delle leggi anche di fronte a barbari, riunendo una assemblea e emanando un editto, a parere dello storico romano, più crudele delle armi (saeviora armis iura)4. Ma questo sarebbe stato un modo di vedere la situazione politica alla romana, cioè cercare di risolvere i problemi interni della Germania applicando una politica conciliante ed il più pacifica possibile. Tanto che lo stesso Floro ribadisce che Varo confidava tanto nella pace che non si mosse neppure quando gli fu denunciata da Segeste la congiura (cum interim tanta erat Varo pacis fiducia, ut ne prodita quidem per Segesten unum principum coniuratione commoveretur)5 Tuttavia anche Floro riconosce che Varo andò incontro alla morte con lo stesso coraggio (animo) con cui Emilio Paolo subì la sconfitta di Canne. Insiste sul fatus, la sfortuna, su cui anche altri autori si soffermano. Anche Tacito negli Annales, (I, 55, 3) riporta il fato come fattore determinante della disfatta di Varo, con un lapidario Varus fato et vi Armini cecidit. Così Floro6et fato est et animo secutus”. Velleio Patercolo attribuisce la sconfitta alla iniquitas fortunae7 e alla perfidia hostis, anche se chiama Varo marcor, cioè fiacco, ingenio mitis, moribus quietus, ut corpore, ita animo immobilior8. A ben vedere però gli aggettivi mite e quieto non sono propriamente negativi. Testimonierebbero un temperamento tranquillo, più propenso alla riflessione e all’uso delle leggi che alle imprese militari e infatti Velleio dice "otio magis castrorum quam bellicae adsuetus militiate”dove anche l’aggettivo immobilis potrebbe essere inteso in tal senso. Un uomo di diritto quindi, più che un militare e infatti le fonti insistono su questo aspetto, che avrebbe determinato come concausa la sua fine. Tuttavia sembra che Varo avesse dato prova di valore durante il suo proconsolato di Siria9 e non vi sono convincenti prove a sostegno della tesi riguardante la sua pusillanimità. Davanti alla morte si comportò da vero romano, gettandosi sulla spada e su questo concordano gli storici, anche se Velleio aggiunge un commento malevolo asserendo che fu più coraggioso nel morire che nel combattere10. L’unica sincera critica che si può fare allo sfortunato generale è di essersi eccessivamente fidato degli altri e particolarmente di quell’ Arminio, cittadino e cavaliere romano, parlante latino, nobile, valoroso, accorto, intelligente11, sempre, in modo infido, a lui vicino.
Si ricordi, infatti, che le fonti sono tutte ex evento, per cui il giudizio degli storici su Varo fu fortemente condizionato dallo scalpore che la notizia della clades Variana destò sull’opinione pubblica. La strage, considerata la più grave dopo Canne e Carre12, prostrò moltissimo Augusto che, secondo Svetonio13, si lasciò crescere barba e capelli, sbattendo la testa contro le porte, chiedendo a Varo di restituirgli le sue legioni. Anche Dione14 rammenta il dolore di Augusto, che, alla notizia della disfatta si strappò la veste, temendo anche i Germani potessero marciare fino a Roma e, per evitarlo, mandò i Germani e Galli arruolati nelle Coorti Pretorie in esilio in diverse isole, allontanando da Roma anche coloro che erano disarmati. Lo sgomento fu tale che, secondo Dione15, era impossibile che una tale calamità fosse avvenuta senza l’ira da parte di qualche divinità e riporta una serie di prodigi che avvennero prima e dopo la sconfitta e che lasciano presagire qualche intervento divino: le vette delle Alpi sembrarono crollare le une sulle altre ed emettere dalle loro cime tre colonne di fuoco; il tempio di Marte fu colpito da un fulmine; il cielo apparve diffusamente infuocato e numerose comete comparvero contemporaneamente; una statua in onore della Vittoria, che si trovava in Germania e che aveva lo sguardo rivolto alla terra nemica, si girò verso l’Italia; alcune lance provenienti da settentrione sembrarono abbattersi sugli accampamenti romani e alcuni sciami di api costruirono il loro favo intorno agli altari degli accampamenti; numerose locuste passarono in volo sulla città di Roma e furono divorate da uno stormo di rondini. Dal punto di vista politico la sconfitta fu un evento importante perché arrestò l’avanzata romana al di là del Reno, sancendo definitivamente la separazione fra Impero romano e mondo germanico, con le differenze culturali, che sappiamo, anche se il limes, non costituirà, se non in particolari momenti, una vera muraglia di divisione fra i due mondi.

Ma perché fu mandato proprio Varo? Gli storici riportano una serie di ragioni, propendendo per lo più per una sola, scegliendo fra le varie ipotesi, ma sembra più ragionevole addurre come motivazione della scelta proprio più motivi. In primo luogo era legato ad Augusto, avendone sposata una pronipote, poi era un personaggio in ascesa con un brillante cursus honorum alle spalle, con due governatorati alle spalle, Africa e Siria, prestigiosi e soprattutto senza macchie. Tuttavia la ragione più importante per la scelta fu proprio quella tanto criticata dagli storici e in particolare da Velleio, cioè essere un buon amministratore e un esperto di diritto. Si pensava cioè che dopo le lotte degli ultimi decenni la Germania potesse essere pronta ad essere sottoposta alla legiferazione romana. E questo fu il principale errore. I Germani transrenani non erano pronti e non lo sarebbero stati mai ad accettare il diritto romano. Questo spiega l’insistenza degli storici romani nel rappresentare Varo mentre siede in tribunali e consigli e i Germani sempre più infastiditi e pronti a ricorrere agli armi. Ma certamente non fu l’unico motivo. Non va trascurata la bellicosità dei Germani e gli errori di Varo. Le tre legioni XVII, XVIII, XIX, tre alae e sei coorti per un totale di 20.000 uomini furono sorprese mentre su trasferivano dall’accampamento a Minden sulle sponde del fiume Weser in Westfalia nella loro marcia di rientro negli hiberna posti a Haltern sulla sponda settentrionale del fiume Lippe, nel punto in cui riceve le acque dello Stever ed in cui la vallata si restringe tra le colline del Hohe Mark e il Borkenberge a nord e lo Haard a sud, nel bacino della Ruhr, o forse sul Reno stesso a Vetera (Xanten) a 54 Km da Haltern. La colonna comprendeva oltre ai soldati, le donne, i bambini, gli schiavi, le salmerie, i mercanti e tutti quei civili che seguivano gli eserciti. Dione critica l’avanzata in ordine non compatto, come avrebbe dovuto invece essere attraversando regioni ostili.
Fino a qualche anno fa si riteneva che i Romani fossero stati sorpresi mentre si trovavano nel bosco, recenti campagne di scavo invece e ritrovamenti hanno dimostrato che l’attacco avvenne su terreno pianeggiante, anche se affiancato da contrafforti erbosi e baluardi di sabbia, dietro ai quali i Germani si erano celati per poi uscire all’improvviso o per poi ripararsi ed impedire la controffensiva romana. La località dovrebbe essere intorno al monte Karlriese, più precisamente nel passaggio detto depressione di Kalkriese-Niewedder, lunga 9 km, larga 1, in cui i Romani si erano incanalati. Sembra infatti che, partita da Minden, la colonna sia scesa verso occidente e, una volta arrivata al Karlriese, abbia evitato la montagna, entrando appunto nella famigerata depressione di Kalkriese-Niewedder.
A sostegno della tesi che si sia svolta proprio qui la battaglia, vi sono i ritrovamenti di 3000 reperti. Gli scheletri sono tutti di giovani maschi e hanno i crani fracassati da colpi alla testa inferti con armi affilate. Le ossa dimostrano di essere state a lungo all’aperto. Sappiamo infatti da Tacito16 che, quando Germanico arrivò sul luogo della battaglia anni dopo, diede sepoltura ai poveri resti dei compagni rimasti insepolti. Dice Tacito che, quelli che non furono uccisi subito, furono mutilati o orrendamente torturati. Gli ufficiali e i centurioni superstiti furono immolati sugli altari degli dei. Gli oggetti rinvenuti appartengono in massima parte all’equipaggiamento militare, armature, cerniere, pettorali, scudi, fibbie, maschere facciali, ganci a S, impugnature, elmi, cimieri, cotte di maglia metallica, pettorali, parti di pila, archi, frecce, cerbottane, parti di giavellotti, pallottole di piombo e tutto ciò che sopravvisse al saccheggio del campo di battaglia da parte dei Germani. Insieme a questi oggetti sono stati rinvenuti molti instrumenta domestica cioè oggetti di uso quotidiano come cucchiai, forbici, utensili per la lavorazione del legno, bilance, rasoi, serrature di bauli, chiavi, gettoni da gioco, strumenti medici, oggetti da scrittura, attrezzatura da ricognizione, tutti databili al periodo augusteo che testimoniano il coinvolgimento dei civili e dei carri dei trasporti. Inoltre 550 asses di bronzo, di cui il 93% appartengono alla prima serie di Lugdunum, coniate fra l’8 a.C. e il 3 d.C.. Esse venivano impiegate per le paghe dei soldati e la maggior parte sono contrassegnate con le sigle AUG, IMP, VAR. Varo appunto come Varo, che “siglò” le monete nel periodo fra il 7 e il 9. d.C. in cui fu al comando delle truppe. La presenza di tante monete coeve in un unico punto e l’assenza di monete di epoca successiva avvalora la tesi che lì sia avvenuto qualcosa di importante.
La battaglia durò tre giorni. Il nove settembre del 9. d.C. l’esercito romano partì come si è detto da Milden sul Weser diretto ai quartieri invernali di Halten o di Xanten (Vetera). Gli storici riferiscono che Segeste informò Varo del tradimento di Arminio, ma il generale romano non volle crederci, ritenendo che fosse una calunnia causata dalle diatribe familiari esistenti fra Arminio e Segeste. Infatti Arminio avrebbe amato, corrisposto, Thusnelda figlia di Segeste, suo zio, il quale si oppose alle nozze. Conseguentemente Arminio e Thusnelda fuggirono insieme. Varo adducendo il risentimento di Segeste come causa della denuncia, non prese nessun provvedimento, tanto più che Arminio rimarrà al fianco di Varo fino alla sera prima dello scoppio della rivolta, quando si allontanerà con la scusa di reprimere alcune sedizioni locali. Varo, rimasto solo, guidò la colonna nella strozzatura. Allora i Germani attaccarono la retroguardia bloccando l’uscita del passo ed impedendo così la ritirata ai Romani. Nel frattempo dalle roccaforti uscirono guerrieri che attaccarono i Romani, impedendo loro di organizzarsi. Alla fine della giornata Varo riuscì ad edificare l’accampamento e a cercare di riunire le truppe disperse, sperando forse che il giorno successivo la vittoria avrebbe arriso i Romani. Intanto durante la notte continuarono le azioni di disturbo dei nemici. Nel frattempo, invece, tutte le postazioni romane ad Est del Reno erano sotto attacco ed alcune erano già cadute, mentre sempre più numerosi Germani incrementavano il numero dei partecipanti alla rivolta. All’alba i Romani lasciarono il campo ma la pioggia e il terreno rendevano difficoltoso il cammino per le divisioni romane. Non potevano né avanzare né stare fermi. Il combattimento fu accanito, per lo più corpo a corpo. La cavalleria romana fu travolta. Il terzo giorno infine la disfatta fu totale. Gli storici ricordano atti di coraggio alternati ad atti di codardia. Lucio Eggio offrì un esempio di coraggio come Ceionio di viltà. Vala Numonio, legato di Varo, tentò di fuggire con gli squadroni di cavalleria verso il Reno, abbandonando la fanteria, ma non sopravvisse a quelli che aveva tradito e da traditore morì17. I Germani cacciarono fino all’ultimo uomo. La maggior parte dei Romani morirono combattendo. I sopravvissuti furono orrendamente mutilati, crocefissi o gli ufficiali sacrificati sugli altari degli dei. Ad alcuni strapparono gli occhi, ad altri tagliarono le mani, ad uno fu cucita la bocca dopo che gli fu tagliata la lingua, tenendo in mano la quale un barbaro disse: “vipera sibilare desisti18”(vipera hai finito di sibilare). Due aquile caddero in mano nemica, mentre una terza fu sottratta dall’aquilifer che la divelse dall’asta e fuggì celandola sotto il suo corpo prima di morire.
La ferocia nemica infierì sul corpo del generale che, mezzo bruciacchiato, fu fatto a pezzi, mentre la sua testa venne portata a Maroboduo, che la inviò a Augusto19, o, secondo un’altra fonte, pur sepolto dai servi, venne dissotterrato e disonorato20.

Prof. Lorenzo Tomassini scripsit 2009


_____________________________
1 Tacito, Annales, IV, 52
2 Tacito, Annales, IV, 66
3 Giuseppe Flavio, B. .Jud., II, 76
4 Floro, II, XXX, 32
5 Floro, II, XXX, 33
6 Floro, II, XXX, 35
7 Velleio Patercolo, II, 119, 2
8 Velleio, II, 117, 2
9 ut supra
10 Velleio, II, 120, 3 “Duci plus ad moriendum quam ad pugnandum animi fuit
11 Velleio, II, 118, 2
12 Velleio, II, 119, 1
13 Svetonio, Vita Caesarum, II, 23
14 Dione, LVI, 23, 1-4
15 Dione, LVI, 24, 3-5
16 Tacito, Annales, I, LXI-LXII
17 Vell. Patercolo, II, 119, 4
18 Floro, II, XXX, 37
19 Velleio, II, 120, 5
20 Floro, II, XXX, 38


Tutti i contenuti di questo sito, se non diversamente indicato, sono pubblicati sotto una licenza Creative Commons License.