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IMP. CESARE GAIO GERMANICO
L’imperatore Gaio, meglio conosciuto come Caligola, da caliga, la calzatura militare che indossava da bambino nell’accampamento militare di suo padre Germanico, dove aveva trascorso i suoi primi anni di vita. (Caligulae vita, IX), nacque il 31 agosto del 12 d.C. ad Antium da Germanico e Agrippina Maior. La mamma era la figlia di Giulia, l’unica figlia di Augusto, e del fedele e leale amico di Augusto M. Vipsanio Agrippa. Il padre era figlio di Nerone Claudio Druso Germanico, fratello del futuro imperatore Tiberio e perciò figlio della moglie di Augusto Livia e di Antonia Minor la figlia più piccola del triumviro Marco Antonio e di Ottavia, a sua volta sorella di Augusto. Quando dopo la prematura morte dei suoi giovani nipoti Lucio (2 d.C.) e Gaio (4 d.C.) Cesare, Augusto designò come successore il figliastro Tiberio, Gaio non era ancora nato. Quando nacque, Tiberio si era intanto sbarazzato dei suoi rivali, cioè degli zii di Caligola, Agrippa Postumo e Giulia Minor, rispettivamente fratello e sorella di Agrippina, madre di Caligola e nipote di Augusto, facendo uccidere uno (Agrippa Postumo) e mandando in esilio l’altra (Giulia Minor). Ma Tiberio non si era potuto sbarazzare dell’avversario più pericoloso, cioè del nipote Germanico, erede designato. Quando Augusto aveva scelto Tiberio lo aveva infatti vincolato a designare a sua volta come successore Germanico, a danno del figlio stesso di Tiberio, Druso Giulio Cesare. Gaio nasce perciò figlio dell’erede al trono, terzo figlio maschio dell’imperatore in pectore Germanico, dopo i due fratelli Nerone Giulio Cesare e Druso Giulio Cesare.
Svetonio lo descrive di statura alta, di corpo enorme, di colorito livido, con collo e gambe gracilissime, occhi incavati, tempie strette, fronte larga e torva, capelli radi, completamente calva la sommità del capo, irsuto il resto del corpo. (Caligulae vita,L).
(Statura fuit eminenti, colore expallido, corpore enormi, gracilitate maxima cervicis et crurum, oculis et temporibus concavis, fronte alta et torva, capillo raro at circa verticem nullo, hirsutus cetera). Per questo motivo, quando passava, era un delitto capitale guardarlo dall’alto o per qualsiasi motivo pronunciare la parola capra.
Figlio del grande generale Germanico, nipote di Augusto, quando Tiberio morì era quasi l’unico superstite della gens.
Molti e vari sono gli aneddoti sul suo breve regno riportati dagli storici. Prima di riportare i più famosi e curiosi non si può non rammentare che le fonti filo-senatorie non sono favorevoli al giovane figlio di Germanico, ragione per cui si può a buon diritto dubitare sulla veridicità della maggioranza di essi. Caligola amava moltissimo le corse del circo, ma la popolarità di tale disciplina in epoca imperiale fu pari a quella del calcio oggi e non si vede la ragione per cui anche il primo dei Romani non potesse avere le stesse passioni dei suoi sudditi. All’inizio del primo secolo esistevano quattro scuderie ufficiali denominate dai colori delle livree indossate dai loro fantini dei Rossi, dei Bianchi, degli Azzurri e dei Verdi. A quest’ultima andava il favore di Caligola, tanto che spesso cenava nella scuderia della squadra preferita e ricopriva di doni gli aurighi. Uno di essi, un certo Eutico, fu gratificato con due milioni di sesterzi e il permesso di farsi aiutare dai pretoriani nella costruzione di nuove stalle. Ancora più profondo l’affetto che Caligola mostrava verso il più importante cavallo dei Verdi, chiamato Incitatus. Spesso si sente raccontare che Caligola avesse nominato console Incitatus, ma è venuto il momento di fare chiarezza, partendo dall’interpretazione delle fonti al riguardo. Cassio Dione (LIX, 14,7) dice quanto segue: “…invitava Incitatus a pranzo, gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro; giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di quello ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato (apodeixein) console (upaton), cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo. Dione dice che aveva anche promesso che lo avrebbe designato console. Tuttavia non lo fece e Caligola non era uomo da fermarsi davanti a nulla. Cassio Dione scrive sotto l’imperatore Severo Alessandro a due secoli di distanza dagli eventi e non fornisce un profilo positivo del giovane figlio di Germanico. Poco importa l’opinione “soggettiva” dello storico (cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo). Caligola non nominò console Incitatus e questo ci deve bastare!
Svetonio (Caligulae vita,LV) dice: …perché Incitatus non fosse disturbato il giorno prima della corsa, soleva obbligare i vicini al silenzio per mezzo dei soldati, oltre ad avergli fatto costruire una scuderia d’avorio e una mangiatoia d’avorio, gli regalò gualdrappe di porpora e finimenti con gemme, una casa e un gruppo di servi; si dice che lo avesse voluto designarlo console. Ma anche Svetonio è molto vago. Dice testualmente: consulatum quoque traditur destinasse. Data la somiglianza dei due passi è verosimile che la notizia derivi sia per Cassio Dione sia per Svetonio da una stessa fonte ostile a Caligola.
Molti personaggi furono condannati a morte sotto di lui. Svetonio ricorda che teneva due taccuini con i nomi di coloro che erano destinati a morire; su uno era scritto “spada”, sull’altro “pugnale”, a seconda di come pensava di farli uccidere. (Caligulae vita,XLIX)
Accumulò molti veleni che quando furono versati in mare per ordine del suo successore Claudio fecero una strage di pesci, che vennero rigettati morti sulla spiaggia. (Caligulae vita,XLIX, 3)
Quando durante un banchetto pubblico un ladro fu scoperto a rubare una lamina d’argento da uno dei letti, Caligola ordinò al carnefice di tagliargli le mani, di appendergliele al collo e di portarlo poi tra i convitati con un cartello che rivelasse il suo crimine. In una scuola di gladiatori, quando il mirmillone, cioè il maestro di scherma, si esercitava con lui, ma ad armi spuntate, si gettò a terra, fingendosi sconfitto, Caligola lo trafisse e si mise a correre nell’arena tenendo alta una palma, come se avesse veramente vinto un reale duello gladiatorio. Un giorno durante un sacrificio, dopo che l’animale era stato già condotto davanti all’altare, egli levò in alto il coltello da sacrificatore ed immolò il sacerdote sacrificatore. (Caligulae vita,XXXII)
Fece battere con catene, in sua presenza, un intendente del circo, e non lo fece mettere a morte che dopo essersi sentito disturbato dal puzzo del suo cervello che andava in putrefazione. Un poeta di atellane venne arso vivo in mezzo all’arena perché aveva scritto un solo verso (versiculum) che poteva essere interpretato in due sensi (ambigui). Poiché un cavaliere che veniva gettato alle belve gridava la propria innocenza, lo fece uscire dall’arena e, dopo avergli fatto tagliare la lingua, lo rimandò al supplizio. (Caligulae vita,XXVII)
Anche Seneca ricorda la crudeltà dell’imperatore citando alcuni episodi. Una volta fece imprigionare il figlio di Pastore, un illustre cavaliere romano, invitando il padre ad un ricco banchetto, durante il quale Pastore gozzovigliò come se nulla fosse. Motivo? Pastore aveva un altro figlio e, qualora l’imperatore avesse visto Pastore afflitto e non facente onore alla sua mensa, avrebbe potuto fare uccidere l’altro figlio di Pastore! (Seneca, De ira,II,XXXIV)
In una notte, senza motivo avrebbe fatto uccidere al chiaror di una lucerna taluni fra i senatori e matrone che stavano passeggiando con lui nei giardini materni. Poi avrebbe fatto uccidere anche i loro padri con l’intenzione di liberarli pietosamente dal dolore. Seneca, De ira,III,IXX. Il condizionale è qui d’obbligo, in quanto Seneca sembra esacerbare il proprio passo per sostenere la tesi che l’ira non dominò solo le azioni di monarchi stranieri, ma anche di personaggi romani. Non bisogna dimenticare che nel periodo in cui il De ira fu scritto Seneca era profondamente ostile alla famiglia di Germanico e di Caligola stesso, il quale, se non fosse intervenuta una sorella, si dice avesse già deciso di condannare a morte il filosofo.
Fu irrispettoso delle matrone romane. Sempre Svetonio racconta che le invitava a cena con i mariti, poi, quando passavano dinnanzi a lui, le esaminava attentamente e con calma, come un mercante di schiavi, sollevando la testa con le mani a coloro che per ritrosia la tenessero rivolta verso il basso; quindi ad un certo punto, interrompendo la cena, usciva dalla sala, conducendo con sé la prescelta e quando, dopo avere abusato di lei, ritornava, lodava o criticava quanto di gradevole o sgradevole avesse trovato nel corpo della donna o nel suo rapporto con essa.
Poiché l’astrologo Trasillo aveva predetto che Gaio aveva tante probabilità di diventare imperatore quante di attraversare il golfo di Baia a cavallo, requisì tutte le navi onerarie che portavano il grano a Roma dall’Egitto, le fece disporre una vicina all’altra in doppia fila tra Baia e il molo di Pozzuoli per una lunghezza di quattro chilometri, facendole ricoprire di terra perché sembrassero una strada, poi per due giorni e due notti percorse avanti e indietro a cavallo questo ponte di barche, una prima volta su un cavallo riccamente bardato, con in capo una corona di quercia, con un piccolo scudo, spada e clamide dorata; la seconda volta, invece, in abito da quadrigario su di un carro, preceduto da un giovinetto ostaggio dei Parti, dal non casuale nome di Dario e seguito dai pretoriani ed un gruppo di amici su carri. Sembra altresì che tale stravaganza avesse uno scopo propagandistico per terrorizzare i Germani e i Britanni contro cui stava per muovere guerra o per emulare e anzi superare Serse, che all’inizio della seconda guerra persiana aveva fatto costruire un ponte di barche per far passare all’esercito l’Ellesponto. Svetonio (Caligulae vita, XIX); C.Dione (LIX, 17).
Avendo raggiunto l’Oceano, come se fosse in procinto di condurre una spedizione in Britannia, dopo aver fatto schierare i soldati sulla spiaggia in ordine di battaglia, partì con una trireme e, dopo aver percorso un breve tratto, ritornò indietro. Allora si collocò su una piattaforma elevata diede ai soldati l’ordine di attacco, ordinando loro di raccogliere le conchiglie, che in seguito portò a Roma come bottino di guerra. C.Dione (LIX, 25); Svetonio (Caligulae vita, XLVI). Per lasciare un ricordo di questa vittoria, fece innalzare una torre altissima, su cui ogni notte dovevano ardere fuochi come su quella di Faro, per illuminare la rotta ai naviganti. Svetonio (Caligulae vita, XLVI).
Prescindendo dall’anedottica, Caligola progettò veramente di invadere la Britannia, ma accantonò il progetto dopo i suoi insuccessi in Germania, per l’ostilità senatoria e per una congiura ordita ai suoi danni proprio in quel periodo. L’episodio delle conchiglie è troppo scioccante per essere vero, anche per uno stravagante come Caligola. Per questa ragione gli studiosi tentano di spiegarlo razionalmente. Ad esempio J.P.V.D. Baldson a pag. 92 del suo The Emperor Gaius (Caligula), Oxford, 1934 afferma che la storia delle conchiglie derivi dal fraintendimento da parte di un civile del termine musculi, che indubbiamente significa “conchiglie”, ma indica anche le “capanne degli zappatori necessarie durante gli assedi”.
Ma queste stravaganze sono veramente tali o sono da considerarsi le azioni di un pazzo? Ebbene di una sua malattia le fonti parlano chiaramente tanto da dividere il suo regno in due parti, anche se i primi sintomi di essa si sarebbero manifestati già prima dell’elevazione al trono. L’ipotesi più stravagante appartiene a Svetonio che attribuisce lo sconvolgimento di Gaio come conseguenza di un filtro d’amore propinatogli dalla quarta moglie Cesonia. Svetonio (Caligulae vita,L). Gli studiosi che propendono per la malattia parlano di ipertiroidismo o a una grave forma di epilessia, interpretando le parole di Svetonio. (…a volte si sentiva mancare improvvisamente, non riusciva a camminare e nemmeno a stare in piedi e a stento poteva ritornare in sé e reggersi.) Tuttavia l’epilessia dovrebbe essersi manifestata solo in tenera età (puer), in quanto, né Svetonio ne parla più altrove, né le altre fonti la menzionano. Ma la cosa non deve stupire. Altri membri della dinastia giulio-claudia ne soffrirono, come suo cugino, il figlio di Claudio Britannico, solo in giovane età. Nel caso di Caligola si tratterrebbe di cataplessia, forma minore della epilessia, che non comporta perdita di coscienza, ma attacchi di breve durata con perdita del tono muscolare, o meglio ancora di picnolepsia, che compare tra i quattro e i dodici anni, con amnesie, lievi spasmi e fissità dello sguardo, come del resto anche Svetonio ricorda poco prima nello stesso passo (vultum natura horridum ac taetrum). Le frequenti crisi che la picnolepsia porta spiegherebbe anche il participio vexatus usato da Svetonio. Ma sia perché si tratta di una forma minore di epilessia, sia perché l’imperatore ne avrebbe sofferto solo da bambino, le cause della sua follia non sarebbero da ricercare in patologie fisiche, bensì, più verosimilmente, in patologie psichiche. Avere vissuto tutta l’infanzia e l’adolescenza, tra gli intrighi e i sospetti, assistendo alla fine di tutti i suoi fratelli, con la costante paura di venire ucciso a sua volta, avrebbe leso irrimediabilmente la sua giovane psiche.
Soffrì di insonnia. Non dormiva mai più di tre ore per notte e, anche queste con molti incubi. Di solito rimaneva seduto sul letto gran parte della notte, oppure passeggiava lungo il porticato, aspettando che facesse giorno.
Riguardo l’accusa di incesto con le sorelle, apertamente dichiarata da Svetonio (Caligulae vita, XXIV) (cum omnibus sororibus suis consuetudinem stupri fecit) non si può dimenticare che anche nell’abbigliamento Caligola seguisse mode orientali. Nell’Egitto faraonico e successivamente tolemaico era normale che i sovrani apparissero in pubblico con le sorelle-consorti e ciò era normalmente raffigurato e accettato, in quanto non era nient’altro che una rappresentazione terrena della coppia divina Osiride-Iside, ma a Roma suscitava certamente scandalo e riprovazione. Così come il suo indossare mantelli ricamati e coperti di gemme sopra tuniche a lunghe maniche, coperti di braccialetti, con la barba dorata, tenendo in mano l’attributo di qualche dio, o un fulmine o un tridente o un caduceo.
In tale chiave orientalizzante andrebbe ricercata la matrice dell’idea di Caligola di fare decapitare tutte le statue degli dei, sostituendole con sue teste. Per far capire poi che non si lasciava impressionare da Giove rispondeva al fulmine con un tuono ottenuto meccanicamente.
Il breve ed intenso regno di Caligola finì come quello di altri suoi successori con una congiura e l’assassinio del principe dopo appena tre anni e dieci mesi di regno il 24 gennaio 41 d.C.
Tra i congiurati si annoverano i due prefetti del pretorio, Callisto un importante liberto che divenne poi ministro sotto Claudio, il tribuno della guardia Cassio Cherea, esecutore materiale del delitto, i senatori Papinio, Cornelio Sabino, Valerio Asiatico originario di Vienne, nella Gallia Narbonense, console nel 35, Publio Nonio Asprena e Lucio Norbano Balbo, lo storico Cluvio Rufo.
Le fonti riportano una serie di funesti presagi che annunziarono la sua fine.
A Olimpia la statua di Giove che Caligola voleva trasferire a Roma, si mise a ridere, mettendo in fuga gli operai addetti per la rimozione. Poi era venuto un certo Cassio che giurava di avere ricevuto in sogno l’ordine di immolare un toro a Giove. Il giorno delle Idi di Marzo a Capua il Campidoglio fu colpito da un fulmine e a Roma la cappella di Apollo Palatino. Poche ore prima di morire, mentre stava sacrificando, fu macchiato dal sangue di un fenicottero e il pantomimo Mnestre ballò nella stessa tragedia che l’attore Neottolemo aveva rappresentato durante i ludi in cui era stato ucciso Filippo di Macedonia. Durante la rappresentazione del mimo Laureolo, in cui un attore vomita sangue durante una scena, parecchie persone coprirono di sangue la scena. Svetonio (Caligulae vita, LVII)
Il nono giorno prima delle calende di febbraio, verso l’ora settima, Caligola si stava recando a pranzo, passando, come di consueto, da una galleria. Proprio quel giorno alcuni giovani nobili che erano stati chiamati dall’Asia per esibirsi sulla scena stavano facendo le prove per lo spettacolo e Caligola si fermò per incoraggiarli e parlare con loro. Allora Cassio Cherea colpì l’imperatore alla nuca col taglio della spada al grido di “Hoc age!”; colpisci. Subito dopo un altro tribuno Cornelio Sabino lo trafisse al petto. Svetonio (Caligulae vita, LVIII). Sempre Svetonio riporta un’altra versione secondo la quale Sabino avrebbe chiesto al principe la parola d’ordine e quando Caio rispose “Giove”, Cherea gli avrebbe fracassato la mascella mentre si voltava. Mentre l’imperatore a terra gridava “se vivere” cioè “sono vivo”, gli altri lo avrebbero finito con trenta colpi. La parola d’ordine per gli altri era infatti repete! cioè “colpisci ancora”. Accorse poi la sua guardia germanica che uccise alcuni attentatori ed alcuni senatori estranei al fatto, ma per l’imperatore non ci fu niente più niente da fare. La moglie Cesonia fu uccisa insieme al marito ed anche la piccola figlia fu uccisa, sfracellandole la testa contro una parete un centurione.
Prof. Lorenzo Tomassini scripsit 2006
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