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ROMANZI E RACCONTI
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Autore: Claudio B.
"Una sola impressione: orrore.
Un solo sentimento: terrore.
Questo pensai nell’entrare nel folto della vegetazione; non si vedeva più il cielo, i soli rumori erano prodotti dai rami spezzati. L’aria si era fatta carica di tensione, nessuno parlava, nessuno osava respirare; la paura prese il sopravvento sulla ragione. Terribili storie, di giganti armati di enormi martelli da guerra, animali a due teste, demoni che si cibavano di uomini, si erano sollevate nella mente di ognuno di noi. Camminavamo in fila per tre, a volte per due, perché lo spazio era esiguo, gli alberi ostruivano i passaggi; grossi massi che, sembrava essere stati posati dai giganti, occupavano i sentieri. Dopo due ore di marcia forzata all’interno di quel dedalo di arbusti e valloni naturali, l’avanguardia sbucò in una piccola radura. Guardai il Generale Publio Quintilio Varo e sospirai di sollievo nel vederlo disteso, quasi rilassato. << Generale, gli uomini devono riposare, sono stanchi e impauriti >>, gracchiai guardando dietro le mie spalle i legionari fermi.
Il Generale Varo mi guardò dall’alto del cavallo e rispose indispettito: << primipilus mi sorprendete! Sono soldati o donnicciole imbellettate? Una matrona romana sa marciare più a lungo dei suoi uomini! Datevi una mossa, si riparte tra poco. >> Salutai alzando il braccio e mi diressi verso i legionari cercando di scherzare con loro.
Il cielo iniziava ad oscurarsi, entro breve avremmo dovuto allestire un campo. I soldati, oltre ad avere paura delle leggende che giravano su questi luoghi, avevano paura dei barbari. Il signifer fece segno di ripartire, la lunga colonna si mosse lentamente, in ordine sparso dovuto alle sporgenze del terreno; la superficie irregolare non permetteva ai legionari di marciare in modo compatto, coprendo i fianchi.
La stanchezza iniziava a farsi sentire, il caldo soffocante e la pesante lorica facevano sudare copiosamente. Piccole lame di luce filtravano attraverso i rami. I legionari iniziarono a lamentarsi per la stanchezza, sentii qualche centurione urlare per cercare di riportare la calma tra i ranghi.
Alzai svogliatamente lo sguardo e mi sorpresi ad ascoltare il silenzio assoluto; sentivo solo il rumore dei rami spezzati, il fiato corto dei soldati e dei cavalli, il battere degli scudi sul compagno vicino ma non sentivo più il cinguettio degli uccelli. L’aria sembrava essersi appesantita di colpo. Le fronde degli alberi erano innaturalmente immobili. Cercai con lo sguardo Publio Quintilio quando un grido si alzò nell’aria gelandomi il sangue nelle vene. << I barbari! La retroguardia è stata attaccata!. >> I centurioni iniziarono a gridare ordini, i legionari cercarono di disporsi in formazione e serrare i ranghi in quello spazio angusto. Le grida della battaglia si fecero più intense, cercai di guardare in fondo al lungo serpente, cercai di guardare oltre gli elmi e gli alberi ma non vidi niente. Il Generale mi affiancò strattonandomi per una spalla. << Primipilus, faccia muovere la XIX, devono chiudere lo spazio tra noi e i barbari, non ci devono attaccare su entrambi i lati. >>
Sbraitai ordini ai centurioni i quali iniziarono a spintonare i legionari per farli muovere. Gli alberi e i massi impedivano qualsiasi movimento. Cercai di spingermi il più possibile verso il centro della battaglia ma un muro di soldati si mosse convulsamente, cercando riparo da quei demoni. Urlai di non mollare, di mantenere le posizioni. << Alzate gli scudi! formate un fronte compatto e respingete quei cani rabbiosi! >>, sputai con rabbia in direzione dei legionari.
Dopo quello che sembrò essere un lasso di tempo interminabile, le grida si affievolirono fino a scomparire del tutto. Rimasi esterrefatto per alcuni secondi poi agguantai un centurione e domandai cosa fosse successo. Il soldato mi disse che i barbari si erano ritirati nel fitto della vegetazione scomparendo. << Quanti caduti? >> Chiesi, sempre più preoccupato per quella situazione.
<< Non so niente signore, è quasi impossibile raggiungere le retrovie. >> Rispose quello con voce rotta dall’ansia e dalla paura.
Guardai ancora una volta in direzione del bosco e vidi solo le teste degli uomini a me più vicini. Dopo quasi un ora dalla fine dell’attacco arrivarono le prime notizie. Circa quattromilacinquecento uomini erano caduti per colpa di quei barbari. Nove coorti di legionari perse in una sola imboscata. Mi diressi verso Varo, spintonando gli uomini che mi guardarono preoccupati. Riferii il numero dei morti al Generale il quale, inizialmente parve svenire da cavallo; quando si riprese da quella notizia iniziò ad urlare come un ossesso. Sputò ordini ai centurioni e ai tribuni; mi guardò con un odio profondo e quasi mi prese a schiaffi insultandomi: << le avevo dato degli ordini centurione! Se non vuole essere sollevato dal comando si dia da fare, raggiunga la retroguardia e sistemi gli uomini. >>
Quando raggiunsi i legionari che avevano subito l’attacco, rimasi scioccato dalla scena. Cadaveri ammucchiati, in piccoli valli laterali al sentiero, cominciarono ad esalare i primi fetori. Guardai sbigottito i legionari morti, il loro sangue sugli alberi, sul selciato. Cercai di riorganizzare i ranghi e mandai un uomo ad avvertire Varo.
Dopo circa due ore dall’attacco, il lungo serpente ricominciò a muoversi sempre più spezzettato. Attraversammo un largo canalone scavato nel terreno, aggirammo un gruppo di massi enormi, sempre con la paura nel cuore. Cercai di posizionare dei cavalieri sul fianco aggredito, ma i grandi arbusti ci impedivano di stare vicini.
Finalmente, quando le tenebre iniziarono a ghermirci, giunse la prima notizia gradita di quel giorno: ci si fermava per la notte...."
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Autore: Servilia
"Valeria stava seduta sull’orlo della vasca dell'impluvium, stringendo a sé il mantello di lana. Tutto il peristilio era silenzioso. Le colonne alla luce del braciere gettavano ombre lungo il corridoio.
Tendeva l’orecchio per capire se dalla città arrivasse qualche rumore. Sentiva qualcosa, ma forse era il vento.
Sul fondo della vasca c’era poca acqua; non pioveva da diverso tempo. I bracieri erano accesi, doveva ancora trascorre la seconda vigilia. Valeria si era alzata nella notte, svegliata da quella creatura mostruosa che, da qualche mese, la visitava in sogno. Era tormentata dagli incubi dal giorno in cui la moglie di Sesto Quinzio aveva partorito. Al crepuscolo la schiava dei Quinzi, quella che veniva dalla Tracia, grassoccia, bassa e con un labbro spaccato, si era precipitata nel tablinium, mentre Valeria era intenta a fare i conti assieme a Ermogene. E, a gesti e con fare concitato, le spiegò che la padrona era presa dalle doglie.
Il travaglio durò tutta la notte, tra le grida della puerpera fino a quando, in un’alba livida, la donna mise al mondo una creatura che, solo definirla tale si commetteva oltraggio agli dei. Appoggiata alla parete, con la tunica e le mani sporche di sangue, Valeria, esausta per la stanchezza, teneva gli occhi chiusi per non guardare quell’essere, che nemmeno capiva se fosse maschio o femmina. Diede ordine che venisse al più presto esposto, nella speranza che qualche dio pietoso lo prendesse con sé agli inferi, impedendogli per sempre di tornare tra i mortali. La madre morì qualche ora dopo in un lago di sangue.
C’erano stati altri segni infausti: sottovoce e abbassando lo sguardo, si diceva che gli aruspici, dopo aver ammazzato un capretto, ne avessero trovato il fegato pieno di vermi.
Quello che sarebbe accaduto a Roma, sotto il consolato di Pompeo Rufo e Lucio Cornelio Silla, non sarebbe stato nulla di buono.
Il console Lucio Cornelio Silla era entrato il giorno prima a Roma con un esercito, per sfidare Caio Mario, che aveva osato toglierli il comando della guerra contro il sovrano del Ponto, Mitridate.
Valeria percepiva un piccolo tremito, come qualcosa che scuoteva il pavimento della casa. Ma forse era solo una sua impressione. Tese l’orecchio: il Palatino era immerso nel silenzio.
Attraversò le fauces e uscì dalla casa. La città pareva addormentata, ma qua e là si vedevano inquietanti bagliori, come se ci fossero fuochi accesi ai crocicchi delle strade.
“Dominilla, torna dentro!”
Ermogene le appoggiò la mano sulla spalla. Valeria non si ricordava quanti anni quel greco fosse servo nella sua casa. Forse era invecchiato presto, fatto sta che lo aveva sempre visto ingobbito, con i pochi capelli canuti e il volto solcato da rughe. Quando si era sposata con Marco Claudio, aveva insistito con suo padre perché glielo assegnasse in dote, al posto di altri beni di valore.
Per quello schiavo greco esperto di medicina, Valeria era sempre stata la dominilla, anche ora che, vedova, amministrava il suo patrimonio e il maggiore dei suoi due figli avrebbe indossato presto la toga virile
“Scendo a Roma”.
Disse Valeria continuando a fissare verso il foro
“E’ pericoloso”
“Lucio Cornelio -Pensava - Come ha potuto fare questo. Portare un esercito sul suolo sacro di Roma, la città sua e dei suoi avi”.
Adesso lo avvertiva nettamente. Un brivido della terra. Sentiva i passi dell’esercito, delle caligae chiodate che calpestavano il suolo custodito dal Pomerium. La città sembrava dormire, come un uomo sotto gli effetti del succo di papavero. Ne percepiva i gemiti sommessi. Ma tra poco, si sarebbe svegliata e gridato forte il suo dolore.
Rientrata in casa, levò il pendente che portava al collo, dono del marito e lo ripose in una cassettina. Poi, tiratasi in testa il cappuccio, disse a Ermogene
“Prendo con me Lisanto, tu fa in modo che nessuno entri ed esca da casa”
Lisanto, il gigante numidico che era di guardia alla casa, prese il pugnale e indossò il tirapugni alla mano destra, poi a fianco della dominilla, che lo faceva sembrare ancora più imponente, si incamminò con lei lungo il Vicus Tuscus.
Gruppi di legionari pattugliavano le strade, c’erano fuochi ai crocicchi e le porte delle tabernae erano sbarrate. La città pareva stordita dall’odore di bruciato. Valeria e Lisanto scivolarono come su uno specchio d’acqua, silenziosi, verso la casa di Lucio Cornelio Silla.
Il console, con indosso soltanto la tunica, stava seduto ad un tavolo sul quale erano sparsi rotoli di pergamena. Nella mano destra teneva una coppa con vino appena mescolato.
“Ave Lucio Cornelio”
“Valeria”
Silla alzò sulla ragazza i suoi occhi celesti.
“Siediti Valeria”
Fece cenno allo schiavo di portare dell’altro vino
“Non vorrai bere questo vino bianco, è aspro”
“Ti ingrazio Lucio Cornelio, non bevo nulla.”
Silla continuava a fissarla, pensando quanto tempo era passato dall’ultima volta che la aveva vista. Aveva avuto sue notizie di recente: la ragazza allegra che conosceva era ormai una donna adulta, la cui fama di medico, lo aveva raggiunto durante la guerra sociale.
Valeria seguiva con la punta di uno dei piedi i disegni del mosaico sul pavimento.
“I tuoi ragazzi?”
“Marco Claudio è un uomo ormai, indosserà la toga virile il prossimo anno, mentre Aulo è sempre il solito zuzzurellone”
“Hai freddo, Valeria? l’inverno quest’anno è arrivato con circa tre mesi d’anticipo, bisognerà metter mano al calendario”
Continuava a fissarla, in silenzio. Era bella, senz’ombra di dubbio, anche se non nel senso più comune del termine. Gli occhi, senza sottolineature, erano azzurri, come i suoi. La pelle chiara senza traccia di belletto e le labbra al naturale, non molto rosse.
“Perché, Lucio Cornelio, perché hai voluto portare l’esercito a Roma!”
Silla Scattò in piedi
“Taci donna! Chi sei per dirmi questo!”
Valeria si spostò bruscamente all’indietro, poi si alzò anche lei dalla sedia.
“Sono una patrizia romana, Lucio Silla, non dimenticarlo”
“Sei una donna, Valeria, dovresti stare a casa a filare!”
Lei si sedette quasi afflosciandosi sulla sedia.
“Mi occupo di medicina, Lucio Cornelio, lo sai. Quando la cancrena avanza, attossica tutto il corpo. Che marcisce”
Silla appoggiò le mani sul tavolo
“Appunto, Valeria, quando avanza la cancrena bisogna amputare e in fretta. Tutto l’organismo muore sennò”
Era indubbiamente più bella di tutte le altre matrone che aveva conosciuto. Il suo corpo emanava un curioso odore di cinnamomo , stranamente gradevole. Ma più di tutto gli piacevano le mani: piccole, sottili, se le ricordava bene. Inebrianti: con la stessa facilità potevano dare carezze o la morte.
“E’ per il bene di Roma che ho dovuto amputare Sulpicio, e Caio Mario”
“Caio Mario!”
Valeria impallidì, provava un affetto ed un’ammirazione sincera per il vecchio Console ed ora, che lo vedeva malato e non più in sé, soffriva terribilmente
“Lo sai anche tu: c’è Caio Mario dietro il tribuno Sulpicio, è lui che voleva esautorare me, Lucio Cornelio Silla, il console in carica dalla guerra contro Mitridate”
Valeria si portò le mani sulle orecchie
“E’ Caio Mario” gridava Silla “Ubriaco di gloria dopo sei, dico sei consolati, a voler condurre la guerra col Ponto, che porterà Roma alla rovina.”
La ragazza si teneva la testa fra le mani. Silla girò attorno al tavolo e la strinse a sé. Per un attimo gli attraversò la mente l’immagine di una villa nelle campagne, di un ricco padrone di casa e di una moglie che esercitava l’arte della medicina.
“Il potere è il più potente dei farmaci, Valeria”
“I farmaci sono i veleni più pericolosi, Lucio Cornelio, non dimenticarlo mai!”
La strinse più forte, con rabbia
“Ho chiesto in moglie Metella Dalmatica”
Valeria si staccò da lui e si alzò in piedi. Quando incrociò il suo sguardo vide un lampo d’odio, negli occhi azzurri come i suoi, presagio inquietante, che lei conosceva bene, come ospite della propria anima. Fece due passi indietro, poi, calma trattenendo le lacrime disse:
“La pagherai Lucio Cornelio, te la faranno pagare tutta”
Sulla via respirò a pieni polmoni l’aria ormai invernale. Camminava a passo svelto con Lisanto poco più dietro di lei, quando notò un’ombra nera , palesemente femminile, camminare svelta svelta radente i muri, presso l’Atrium Vestae, seguita da un’altra ombra, più robusta, con un piccolo otre in mano.
“Prudenziana!” bisbigliò “Ma dove vai? Roma è sotto assedio”
“Roma ne ha viste di peggio! Vado a visitare il sacro fuoco delle Vestali”
Valeria frequentava spesso il tempio di Vesta: la legava un’amicizia pluriennale a Cecilia Metella, la Virgo Maxima, che poteva contare oltre che sui suoi servigi di medico, anche sulla sua discrezione.
L’Atrio di Vesta era poco illuminato ma caldo, la Virgo Maxima era vestita di una semplice tunica bianca, senza il copricapo tipico delle vestali. Cecilia Metella era un concentrato di molti misteri, pensava Valeria ogni volta che la incontrava, dei quali, l’amicizia sincera con la liberta Prudenziana era solo uno.
“Falerno dei migliori! Lo mescolo io stessa” rideva allegra Prudenziana
“Sono stata dal Console” intervenne grave Valeria
“Silla? I suoi uomini hanno bruciato le botteghe di fronte alla mia, ieri quando sono entrati a Roma.”
“Si dice che il popolo sia insorto, lanciando tegole e mattoni sui soldati” aggiunse la Virgo, centellinando la coppa.
“Capirai! Un esercito a Roma!. Ho appena ricostruito bottega dopo l’incendio, ci manca solo che quei “cunni” me la saccheggino”
“Roma è la capitale del mondo, non una città qualunque da passare con gli eserciti” e intanto Valeria pensava a Caio Mario e le veniva da piangere.
“Roma ne ha viste di peggio!”
Fece eco la Virgo Maxima, facendo cenno di versare un’altra coppa.
“Tra poco finirai il periodo al tempio, Cecilia, - disse Prudenziana- pensi di prendere marito?”
Valeria guardava il volto di Cecilia Metella: era una bella donna nonostante avesse quasi i trentasei anni. Il suo profilo era delicato, gli occhi scuri, profondi
“Dicono che sposare una Vestale porti sfortuna” e scoppiò a ridere, di una risata grassa che stonava con i tratti gentili del viso
“Non dovrai mantenere un marito ubriaco come il mio!” Ridacchiò amara Prudenziana.
“Mi sa che mi trasferirò a Baia, mio padre mi ha lasciato una villa in eredità, con lo stipendium, inizierò un commercio di stoffe, a Roma ormai non si respira”.
“Ho paura per Roma… E’ malata” Valeria, con gli occhi bassi, passava il dito sull’orlo della coppa
“Ma và! Chissà quante altre Virgines passeranno dall’Atrio di Vesta, prima che il fuoco si spenga.”
Ma per un attimo si sentiva soltanto il rumore delle caligae chiodate di una coorte di pattuglia.
“PIuttosto” ruppe il silenzio Prudenziana “Bisognerebbe sistemare il calendario, non si sa più che giorno è”
“E’ inverno –intervenne Cecilia- ma non dovrebbe, i Pontefici fanno i loro comodi e non si capisce più nulla”
“Crono lunatico” tentò di scherzare Valeria, e le tornarono in mente gli occhi di Silla, la creatura mostruosa e il fegato pieno di vermi.
Il fuoco delle vestali vegliava nella notte su Roma
Valeria trovò Ermogene in piedi nell’atrio, con una lucerna in mano ad aspettarla.
“Dominilla, è già passata la quarta Vigilia”
“Non ti preoccupare Ermogene,”
Si diresse nel giardino e sedette sulla panchina di marmo. Il putto della fontanella non gettava acqua, sembrava malato anche lui.
Dall’apertura del compluvium, si vedeva uno spicchio di cielo nero punteggiato di stelle. Ermogene si accomodò accanto a lei, al buio.
“Non temere dominilla”
“Non temo. C’è dato di vivere in questi anni difficili, facciamolo nel modo migliore”
“Le vedi le stelle”
Orione triste campeggiava nel tratto di cielo in vista
“Sorgono, tramontano, girano, seguono disegni imperscrutabili”
Il vento costrinse Valeria a mettersi il cappuccio sul capo
“Ma non svaniscono- continuò Ermogene- L’universo è come l’organismo umano: gli umori vanno bilanciati”
“Ma Roma, la città dei miei avi, voi Barbari non capite”
“Dominilla, in fondo non è che un’unghia in un corpo” "
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