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LE·MILLE·E·VNA·FAVOLA·DELL'·ALBA·DI·ROMA
PRIMA PARTE SECONDA PARTE
Redattrice:
Rosa Petrucci
Ultimo Aggiornamento: 26 gennaio 2001
Le Lupercalia
(febbraio)
Festa di Quirino (febbraio) (marzo)
Festa di Anna Perenna (marzo)
Festa di Cerere (aprile)
Culto di Dia (maggio)
Festa di Libero (marzo)
Feste Fordicidia (aprile)
Feste di Pales (aprile)
Feste Vestalia (giugno)
Ludi Apollinares (luglio)
Ludi Megalensi (aprile)
Le Attideia (marzo)
Le feste dedicate ai morti (febbraio-maggio)
Saturnalia (dicembre)
La Triade Capitolina (settembre)
Per andare direttamente al paragrafo che Vi interessa cliccate sul titolo in elenco.
E' dai miti che i Romani derivano molte delle loro feste religiose (oltre 200!!) e il fitto elenco delle cerimonie, rigidamente stabilite nel calendario.
LE
LVPERCALIA
Le Lupercalia, festeggiate il 15
febbraio, sono giunte fino a noi ricche dei particolari. Celebrata in onore di
Faunus Lupercus, dio di origine greca che teneva lontani i lupi dalle greggi, la
festa inizia proprio nel Lupercale, la grotta sul Palatino dove la lupa, secondo
la credenza, ha allattato Romolo e Remo.
E' qui che i Luperci (i sacerdoti) sacrificano gli animali, più che altro capre,
in onore del dio. Con la lama ancora insanguinata dei coltelli sacrificali
vengono bagnate le fronti di due Luperci e poi ripulite con della lana intrisa
nel latte (secondo altre fonti non si tratta di luperci ma di due ragazzini di
famiglia patrizia). Le pelli degli animali sacrificati vengono poi tagliate a
listarelle con le quali i sacerdoti si cingono i fianchi dividendosi in due
gruppi. Completamente nudi tranne che per le strisce di pelli, i Luperci
iniziano di corsa due percorsi contrapposti, inizialmente tutto intorno al colle
(in seguito si riduce al semplice giro del Foro) per poi ritornare al punto di
partenza. Con le strisce di pelli frustano lungo il percorso tutti coloro che
incontrano e soprattutto le donne, alle quali intendono così fare dono della
fertilità, almeno secondo l'interpretazione di Ovidio (Varrone ritiene invece
che si tratti, più semplicemente, di un rito di purificazione).
Le origini e il significato di questo rituale affondano tanto le radici
nell'antichità che gli stessi autori classici ne spiegano le varie fasi in modo
diverso. Tuttavia i Romani tendono a individuare nella festa la celebrazione
dell'origine di Roma, considerando il percorso dei Luperci come l'antico
tracciato delle mura della città e i due gruppi di sacerdoti come la
rappresentazione di Romolo e Remo. La festa sopravvive fino al 494 d.C., quando
viene trasformata dai cristiani nella celebrazione della purificazione della
Vergine Maria.
FESTA
DI QVIRINO
Anche la festa di Quirino, secondo la
tradizione istituita da Numa Pompilio sempre a febbraio, prende corpo dai miti
della fondazione di Roma. In epoca repubblicana Quirino, che è una divinità di
origine sabina protettrice di Roma insieme a Marte, viene infatti identificato
con Romolo. Il nome Quirites, attribuito ai romani ha proprio questa origine.
FESTA DI
MARTE
La festa in onore di Marte, il padre
divino di Romolo e, insieme a Giove, una delle maggiori divinità romane, ricorda
invece una delle tante leggende che hanno come protagonista Numa Pompilio.
Celebrati in marzo, i festeggiamenti di Marte sono officiati da 12
sacerdoti-guerrieri, i cosiddetti Salii, impegnati in una processione nella
quale si cimentano in una strana danza, cantano una litania così antica da
essere incomprensibile agli stessi romani e percuotono gli scudi magici fatti
costruire da Numa Pompilio.
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Marte Gradivo - Particolare affresco casa M. Fabio Secondo Pompei |
Questi scudi, gelosamente
custoditi, hanno un'origine fantastica e divina. Secondo la tradizione, infatti,
Numa avrebbe deciso di interpellare Giove per farsi svelare il segreto per
difendersi dai suoi fulmini.
Chiamato dal re, Giove discende sull'Aventino dove, a detta di Ovidio, la terra
addirittura si abbassa sotto il peso del Dio. Anche se intimorito dalla divina
presenza, lo scaltro Numa chiede a Giove come placare il fulmine, ottenendo
dapprima una riposta sibillina e inquietante.
- Taglia una testa - sentenzia infatti Giove.
- Taglierò una cipolla cavata dei miei orti - interpreta allora Numa, celebre
per essere un uomo mite.
- Una testa d'uomo - precisa il dio nel tentativo di mettere il re in
difficoltà.
Numa non si lascia imbrogliare e replica:
- Taglierò allora la cima di un capello -
Giove insiste, chiedendo al re il sacrificio di una vita.
- Ucciderò un pesce…- risponde caparbio Numa.
Giove, per nulla offeso, ride dell'arguzia del re che per niente al mondo vuole
concedergli un sacrificio umano e gli rivela il rituale segreto da compiere per
difendersi dai fulmini.
Ai romani increduli, Numa dimostra, il giorno successivo, di aver ottenuto la
grazia di Giove invocando il dio davanti alla folla riunita.
Sotto lo sguardo attonito dei presenti un fulmine squarcia il cielo e uno strano
scudo, con degli incavi laterali, cade a terra inviato da Giove. Per confondere
eventuali ladri ed evitare che la preziosa testimonianza divina venga trafugata,
Numa incarica il fabbro Veturio Mamurio di eseguire undici copie identiche dello
scudo. I Salii ne divengono i custodi, continuando nei secoli a portarle in
processione.
E' curioso ricordare, a proposito dei fulmini, che non tutti i re di Roma godono
della stessa benevolenza che Giove riserva a Numa Pompilio.
Tullo Ostilio, infatti, guerrafondaio tanto quanto il suo predecessore Numa è
uomo di pace, pare abbia irritato Giove con le sue frequenti scaramucce al punto
da attirarsi le ire del dio sotto forma di una grandinata di pietre e di una
pestilenza. Per scongiurare il pericolo dei fulmini Tullo avrebbe anche cercato
di ripetere in segreto i rituali conosciuti da Numa. Qualcosa però deve essergli
andata storta, perché la leggenda narra che Giove, evidentemente irritato, gli
abbia risposto incenerendogli il palazzo reale proprio con un fulmine.
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"Avanzi del Tempio di Marte" Luigi Rossini (1790-1857) |
FESTA DI
ANNA PERENNA
Un altro mito, dalla duplice versione,
è ricordato il 15 di marzo, giorno delle idi, con la festa di Anna Perenna.
Personaggio strano e dalle origini incerte, Anna è spesso rappresentata come una
donna anziana e si ritiene che rappresenti per i romani la personificazione del
ciclo dell'anno, anche se Ovidio ci fornisce ben due diverse versioni sulla sua
vera identità. Secondo la prima, la donna sarebbe niente di meno che la sorella
di Didone, la sfortunata amante di Enea. Fuggita da Cartagine durante una
invasione della città, Anna sarebbe approdata nel Lazio e accolta da Enea.
L'ospitalità del re nel suo palazzo è però di breve durata, perché la presenza
di Anna suscita immediatamente la gelosia di Lavinia che medita di uccidere la
sua presunta rivale. Intuendo il pericolo Anna fugge dal palazzo gettandosi
nelle acque del fiume Numicio, il cui dio decide di proteggerla trasformandola
in una ninfa. Dal gorgoglio delle acque, coloro che la stanno cercando, odono
allora scaturire una voce che allude a "onde perenni" (amne perenne) da cui il
nome di Anna Perenna.
La seconda versione, invece, si rifà alla prima rivolta della plebe a Roma
avvenuta nel 494 a.C. I rivoltosi, rifugiatisi sul Monte Sacro, sarebbero stati
sfamati ogni giorno da una vecchia, Anna, poverissima ma non per questo non
generosa, che ogni mattina distribuisce loro del pane impastato con le sue mani.
E' solo grazie all'aiuto di Anna che il popolo riesce a resistere. I romani,
grati, ricompensano in seguito la vecchia dedicandole una statua.
Qualunque sia la sua vera identità,
Anna viene successivamente deificata rendendosi poi protagonista di un episodio
piccante che ben si adatta al clima di generale gozzoviglia dei festeggiamenti
in suo onore. Durante la festa, infatti, i romani banchettano all'aperto,
ballano, cantano a squarciagola storielle oscene e si ubriacano senza remore,
convinti di potersi allungare la vita di tanti anni quanti boccali di vino
riusciranno ad ingurgitare.
L'episodio a "luci rosse" cui ci si riferisce è l'inganno perpetrato da Anna ai
danni di Marte. Pare infatti che il dio, poco dopo l'ascesa di Anna al mondo
degli immortali, le chieda di intercedere in suo favore nei confronti della
incorruttibile Minerva (la greca Athena) della quale si è invaghito. Dopo lunghi
patteggiamenti Anna fa credere a Marte di essere stato invitato in segreto dalla
sua amata ad incontro galante. Marte si presenta nell'alcova e consuma ore di
sfrenata passione con una compagna velata. E' solo quando ella si scopre il
volto e lo beffeggia, che il povero Marte si rende conto che la donna altri non
è se non la stessa Anna.
FESTA
DI CERERE
Dal 12 al 19 aprile, mese in cui
vengono onorate anche molte altre divinità agricole, si festeggia Cerere
ricordando il mito greco di Persefone e Demetra.Il culto di Cerere ha origini
antichissime. Inizialmente identificata come la dea delle Biade, è venerata dai
Romani con particolare devozione e nelle feste più antiche (le Sementive e le
Paganalia) è onorata insieme alla dea Tellus, che finisce poi per essere confusa
con la stessa Cerere.
In un primo tempo, quando ancora gode di un'identità propria, Tellus è la
rappresentazione della dea Terra e trova la sua omologa greca in Gea, la
primigenia madre generata da Caos (lo spazio cosmico primordiale).
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Statua di Cerere
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Vale certamente la pena, a questo
punto, fare un passo indietro e ricordare lo splendido mito greco della
Creazione dell'Universo, in cui la fantasia suggerisce all'uomo ciò che con la
ragione non può comprendere. Gea partorisce Urano, il cielo, e da lui viene
fecondata attraverso la pioggia. Dall'unione di Gea e Urano nascono i Ciclopi,
gli Ectonchiri (i giganti con cinquanta teste e cento braccia) e i dodici Titani
(alcuni maschi, altri femmine).
Tra questi ultimi c'è Oceano, il favoloso e immenso fiume che circonda la terra,
dio di tutte le acque che procrea i fiumi insieme alla sorella Teti; Iperione,
identificato con Elios e dio della luce; Ceo, che con Febe, altra Titanessa,
genera Leto (la notte buia) e Asteria (la notte stellata); Crono, il tempo, il
più giovane e ambizioso dei fratelli. Sarà Crono a detronizzare il padre Urano,
tanto che quest'ultimo non avrà mai né culto né templi.
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Rilievo dal Trono Ludovisi (V secolo a.C.): la nascita di Afrodite |
Crono, senza troppi scrupoli, toglie di mezzo il padre, lo evira e ne getta gli "attributi" nel mare. Dalle acque così fecondate nasce Afrodite (che i romani onoreranno come Venere), mentre dal suo sangue vengono generati altri essere mostruosi, come i Giganti, creature malvagie dalla enorme statura.
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Statua di Cerere
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Detronizzato il padre, Crono si
autonomina signore del mondo e procrea con la sorella Rea (nota anche come
Cibele) vari figli tra cui Demetra, Ades, Era, Poseidone e Zeus. Memore di una
profezia secondo la quale sarebbe stato spodestato da uno dei suoi stessi figli,
Crono non esita ad inghiottirli tutti appena nati.
Cibele riesce però a salvare Zeus partorendolo di nascosto nell'isola di Creta.
Presenta poi al marito una pietra avvolta in fasce da neonato al posto del
figlio e Crono immediatamente la divora. A Creta, Zeus viene allevato da due
ninfe, nutrito con il miele dell'ape Panacride e il latte della capra Amaltea.
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La capra Amaltea
che allatta Giove |
Un giorno, battendo contro il
tronco di un albero, Amaltea si spezza un corno. Una delle ninfe non esita ad
raccoglierlo, lo adorna di fiori e lo riempie di frutti porgendolo in dono a
Zeus. E' questa l'origine della "cornucopia", il corno dell'abbondanza che per i
romani simboleggia la fecondità della terra e la prosperità. Una volta
cresciuto, Zeus obbliga il padre a vomitare i fratelli, ancora vivi in quanto
immortali.
Con il loro aiuto libera i Giganti e gli Ecatonchiri, da Crono gettati nelle
profondità del Tartaro, oscura parte dell'Ade (l'inferno degli antichi)
autogeneratasi da Caos e così profonda che secondo Esiodo "una incudine di
bronzo lasciata cadere dalla terra impiegherebbe nove giorni e nove notti per
arrivarvi". Grazie al sodalizio con Giganti e Ectonchiri, Zeus scaccia Crono e i
Titani e diviene dio supremo dell'Olimpo. Sposa poi Metis, ma sapendola incinta
e temendo di ricevere dai suoi figli lo stesso trattamento da lui riservato a
Crono, la divora prima ancora che possa partorire. E' per questo che Athena, dea
della sapienza, nasce dalla testa di Zeus.
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Testa di Zeus |
Una volta assiso sul trono
dell'Olimpo, Zeus non dimentica Amaltea, la sua capra nutrice, e la colloca nel
cielo per l'eternità trasformandola nella costellazione del Capricorno. Ma
torniamo a Cerere. Quando i culti greci si diffondo a Roma, la dea viene
identificata dai Romani con Demetra, la signora del lago Averno situato in
Campania nei pressi di Cuma, luogo dal particolare significato mitologico in
quanto sede del famoso antro della Sibilla e tanto inaccessibile da essere
chiamato dai greci Aornos (privo di uccelli). I Romani ne fanno proprio il
relativo mito, in cui Persefone, la figlia che Demetra genera con Zeus, viene
ribattezzata Proserpina.
Il mito di Persefone è talmente bello e commovente che, anche se universalmente
noto, merita di essere ancora una volta raccontato.
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Due caratteristiche rappresentazioni di Athena. A sinistra la dea guerriera (alter ego di Marte). A destra in una riproduzione romana di un originale greco di Fidia (V sec.ac) |
La graziosa e giovane Persefone
viene adocchiata dal terrificante dio degli inferi Ades (suo zio, tra l'altro,
in quanto fratello di Zeus), tanto ripugnante di aspetto da non riuscire a
trovare moglie. Ades decide di averla come compagna, la rapisce e la costringe a
dimorare con lui nel regno dei morti in compagnia di esseri non meno mostruosi
che danno corpo a tutte le più intime e profonde paure degli antichi.
Negli inferi, infatti, Ades giudica le anime dei trapassati circondato dalle
Arpie, i malvagi uccelli dal volto di donna che esprimono la loro malefica forza
nella violenza delle tempeste. Accanto a lui ci sono anche le Chere, dee della
Morte figlie della Notte, e le Erinni (le Furie dei Romani). Queste ultime sono
nate come i Giganti dal sangue versato da Urano dopo essere stato evirato da
Crono e hanno nomi inquietanti: Aletto (il Turbamento), Tesifone (la
Vendicatrice), Megera (l'Odio), Adrastia (il Rimorso e il Castigo Divino). Le
Erinni, vestite perennemente di grigio, lasciano una volta al mese gli inferi
mostrando ai mortali il loro terrificante aspetto per la presenza di serpenti al
posto dei capelli e per la loro pelle completamente nera.
Ululando come cani e muggendo come buoi, le Erinni raggiungono la superficie per
punire i colpevoli di spergiuro e gli assassini, in particolare se questi si
sono macchiati del sangue di un congiunto o di un amico. La loro malvagità è
proverbiale anche se gli antichi non esitano a sperare di poterle placare con il
pentimento dei colpevoli tanto che, a volte, esse sanno mostrarsi caritatevoli e
amiche meritando l'appellativo di Eumenidi (benevole).
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Anfora con rappresentazione di Ercole che cattura Cerbero. |
Con Ades vive anche il cane
Cerbero, a guardia della porta degli inferi per impedire qualsiasi contatto con
il mondo dei vivi, mostro dalla coda di serpente e dalle innumerevoli teste di
leone (cento, cinquanta, almeno tre a seconda delle fonti). Infine, nel regno di
Ades, dimorano le Moirai (identificate dai romani nelle Parche e da loro
chiamate Nona, Decima e Morta), presenze non meno inquietanti.
Come le Erinni, anche le Moirai possono a volte mostrare un aspetto benevolo,
come nel mito di Orfeo che aiutano a riportare Euridice nel mondo dei vivi.
Sapendo la figlia prigioniera di un mondo privo di luce e popolato da simili,
terrificanti esseri, Demetra è in preda alla disperazione. Zeus si lascia
intenerire dai suoi pianti e intercede presso il fratello Ades convincendolo a
lasciar tornare Persefone dalla madre almeno per quattro mesi all'anno. La gioia
di Demetra è tale che, per accogliere degnamente la figlia, abbellisce la Terra
con i fiori, i frutti e il calore della primavera e dell'estate. Ma quattro mesi
trascorrono in fretta e ben presto Persefone deve ritornare negli inferi dove
dovrà trattenersi per gli altri otto mesi. Demetra, allora, addolorata per il
nuovo distacco, abbandona la terra alla malinconia dell'autunno e al gelo
dell'inverno, per poi farla risorgere a nuova vita solo quando la figlia potrà
ritornare.
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Ratto di Persefone |
La festa di Cerere ricorda il mito
con dei banchetti nei quali i romani si scambiano frutti e legumi e i riti
religiosi vengono officiati esclusivamente da donne vestite di bianco. Mentre le
altre pregano e digiunano, una di loro si nasconde e ricompare solo dopo che è
stato compiuto il sacrificio di una scrofa gravida. In epoca più tarda so
aggiungono ai festeggiamenti anche giochi, come corse di cavalli e bighe, da
tenersi però nei sette giorni precedenti alla festa vera e propria.
CVLTO DI
DIA
Al culto di Cerere viene anche
ricondotto quello di Dia, antichissima dea latina che con Cerere viene confusa
in epoca tarda. Il culto di Dia era officiato dagli Arvali, i dodici sacerdoti
ad essa consacrati e le origini del loro collegio sono altrettanto antiche.
Secondo la tradizione, infatti, i primi Arvali altri non sono che i dodici figli
di Faustolo e Acca Larenza, i genitori adottivi di Romolo e Remo. Acca e i suoi
figli avevano l'abitudine di garantirsi la fertilità dei campi compiendo ogni
anno dei riti propiziatori. La consuetudine viene mantenuta dagli Arvali, che a
maggio benedicono un pane adorno di alloro, si passano ritualmente delle spighe
di grano tra le mani, cantano carmi (uno di questi, il Carmen Arvalis è giunto
fino a noi), ballano e organizzano giochi e banchetti. Gli Arvali erano soliti
portare sul capo delle fasce bianche e un serto di spighe di grano in onore
della dea.
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218 d.C.: iscrizione con atti dei sacerdoti Arvali |
Il culto di Dia prevedeva anche una
festa non di carattere pubblico, detta Ambarvalia e sempre celebrata in maggio,
in cui si provvedeva a purificare i campi con il sacrificio di un maialino da
latte, un vitello e un agnello. Gli animali venivano accompagnati al luogo del
sacrificio in una processione, nella quale i partecipanti, che dovevano essersi
astenuti dai rapporti sessuali la notte precedente ed essersi purificati le mani
con l'acqua, erano tutti vestiti di bianco e avevano il capo cinto con fronde di
ulivo e quercia.
Se Demetra viene identificata con Cerere, in epoca tarda sua figlia Persefone prende per i romani il posto di Libera, antica divinità italica preposta alla fecondazione dei terreni insieme a Libero (a sua volta successivamente identificato con Dioniso). La festa di Libero viene festeggiata il 17 marzo ed è principalmente una festa propiziatoria nella quale si offrono al dio delle focacce di olio e miele. Tuttavia non va dimenticato che i suoi festeggiamenti rivestono per i romani anche una notevole importanza sociale. E' in questa occasione, infatti, che i ragazzini maschi vengono accolti nel mondo degli adulti e i loro nomi iscritti nei pubblici registri. Il passaggio è sancito dall'abbandono della toga tipicamente infantile, bordata di rosso, e della "bulla", un amuleto che tutti i bambini romani maschi portavano al collo dal giorno della nascita come protezione da ogni possibile maleficio.
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Disegno di una bulla |
FESTA DI FORDICIDIA
Ad un altro racconto leggendario
legato a Numa Pompilio e quindi ancora ai primi passi di Roma, si devono le
feste Fordicidia del 15 di aprile.
Si narra che il re avesse interpellato gli dei chiedendo loro aiuto per via di
un maleficio che stava distruggendo i raccolti e facendo abortire tutte le
vacche. Come sempre gli dei rispondono a Numa in modo sibillino dicendogli di
sacrificare alla Terra due animali ma di ucciderne uno solo. Numa risolve
l'enigma sacrificando una vacca incinta, da cui il nome Fordicidia che significa
"uccisione delle fordae". Il rito viene perpetrato nel tempo e durante la festa,
dopo l'uccisione della vacca incinta, il vitellino sacrificato prima ancora
della nascita viene estratto dal cadavere della madre perché ne possano essere
esaminate le viscere dalle quale gli auguri traggono i loro auspici.
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Modellino in bronzo di fegato ovino per aruspici |
Dopo essere state interpretate, le viscere vengono bruciate e le loro ceneri conservate fino alle feste di Pales, dea della pastorizia la cui ricorrenza cade il 21 aprile, lo stesso giorno dell'anniversario della fondazione di Roma.
FESTE DI
PALES
Nei riti in onore di Pales ci si
dedica alla purificazione, estesa anche al bestiame. Le Vestali fanno ardere le
ceneri delle viscere del vitellino sacrificato durante le Fordicidia mescolate a
sangue di cavallo e a steli di fave, ottenendo un impasto che consegnano ai
contadini. Dopo aver gettato l'impasto sacro in un fuoco, i contadini saltano le
fiamme per tre volte di seguito, purificandosi nel contempo con dell'acqua che
si spruzzano addosso con dei rami di alloro. Anche le stalle vengono purificate
e le stesse pecore salvate da qualsiasi contaminazione con i fumi della
combustione di zolfo, legna resinosa e rami di alloro.
FESTE
DI VESTALIA
Il culto della dea Vesta viene
anch'esso fatto risalire a Numa Pompilio, anche se in realtà la dea è già
venerata in tempi ancora più antichi. Vesta rappresenta il focolare domestico e
la pace familiare. Le sue sacerdotesse, le sei Vestali, sono considerate le
figlie sacre di Enea. Nel tempio di Vesta di Lanuvio, nei pressi di Roma, l'eroe
avrebbe infatti portato i Penati di Troia perché vi fossero custoditi. (I Penati
erano numi tutelari della famiglia, anche se probabilmente in origine erano le
divinità degli alimenti perché quasi certamente il loro nome deriva dal termine
latino "penus" che significa "vivande, cibo, provviste").
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Particolare di rilievo con sacrificio alla dea Vesta proveniente da Roma |
In onore di Vesta viene costruito
un tempio vicino ai palazzi dei Cesari, nel Foro, dalla particolare a forma
circolare in ricordo delle antiche capanne.
Le feste Vestalia si celebrano dal 9 al 15 giugno. In questo periodo il tempio
viene aperto al pubblico e le Vestali preparano la "mola salsa", la pasta salata
utilizzata in tutti i sacrifici dal cui nome deriva il nostro termine "immolare"
col significato di "sacrificare". Ingrediente principale della "mola salsa" è il
farro, il cereale che per molto tempo rimane alla base dall'alimentazione, anche
se successivamente viene ampiamente sostituito dal frumento. La "mola salsa"
viene conservata dalle Vestali in recipienti dalla base molto stretta in modo
che il sacro impasto non possa venire nemmeno indirettamente a contatto con il
terreno e quindi contaminato.
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Enea, con il
capo velato e l'hasta regale nella mano sinistra, sacrifica la scrofa in
onore degli dei Penati, il cui tempio rettangolare si nota in alto a
sinistra. |
L'importanza rituale del farro è tale che a febbraio si celebra anche una antichissima festa di carattere propiziatorio per la vita rurale, cosiddetta Fornacalia, dai "forni" usati per la tostatura del farro.
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Rovine del tempio di Vesta |
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Ricostruzione grafica del tempio di Vesta |
LVDI APOLLINARES
Le feste in onore di Apollo,
festeggiato in luglio, vengono invece istituite dopo la consultazione dei Libri
Sibillini durante la guerra contro Annibale. Gli stessi Libri Sibillini
("seconda edizione"), sono custoditi nel tempio di Apollo sul Palatino. Il culto
del dio approda a Roma intorno al 500 a.C. dalla Grecia, dove Apollo è dio più
importante dopo Zeus. Secondo il mito Apollo è figlio dello stesso Zeus e della
sua sposa Leto (Latona per i Romani), a sua volta figlia di due Titani e
perseguitata poi da Era, la successiva compagna di Zeus.
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Statua di Apollo
Citaredo |
Bellissimo, solare, dotato dei
massimi poteri di vaticinio (il famosissimo oracolo di Delfi, la sacerdotessa
Pitia e la sibilla di Cuma parlano per sua ispirazione), dio della medicina e
delle arti, consigliere delle Muse, vendicatore di tutto ciò che porta morte,
dolore, distruzione, malattia, Apollo vive mille amori e genera molti figli.
I Ludi Apollinares vengono celebrati a Roma nel Circo Massimo. Durante le
cerimonie vengono offerti al dio e a sua madre due pecore, un bue e una vacca
con le corna dipinte d'oro.
Avendo citato i Libri Sibillini, corre l'obbligo di raccontare della loro
origine. Narra Dionigi di Alicarnasso che la raccolta dei testi profetici,
scritti in greco, compare a Roma ai tempi di Tarquinio il Superbo. Una
misteriosa vecchia si presenta un giorno al cospetto del re offrendogli di
comperare l'intera raccolta. Il re rifiuta sdegnosamente e la vecchia comincia a
bruciare i libri uno alla volta, continuando ad offrire al re i rimanenti,
sempre allo stesso prezzo. Impressionato, il re decide di comperare gli ultimi
libri rimasti prima che vengano interamente bruciati, pagando l'intero prezzo.
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Statua di Apollo |
La vecchia, così come è comparsa,
misteriosamente scompare lasciando a Tarquinio la raccolta, seppur incompleta,
della più accreditata fonte di vaticini e profezie dell'antichità. Analoga
l'origine dei libri secondo Lattanzia, a detta del quale, però, il re in
questione sarebbe stato Tarquinio Prisco e la vecchia addirittura la Sibilla di
Cuma.
I libri Sibillini vengono inizialmente custoditi gelosamente dai romani nei
sotterranei del tempio di Giove Capitolino. Vengono consultati ogniqualvolta
debbano essere prese importanti decisioni che riguardano l'intera collettività o
si siano verificati particolari "segni" divini da interpretare.
Nel luglio dell'anno 83 a.C. i libri vanno in parte distrutti nell'incendio che
rade al suolo il tempio di Giove e la gravità del fatto impone che vengano al
più presto reintegrati. Consultando tutte le più rinomate sibille del tempo,
viene ricostituita una nuova collezione di libri profetici che Augusto fa
trasferire nel tempio di Apollo dove vengono conservati nascosti sotto la statua
del dio. Sarà Stilicone, nel 400 d.C., a decretarne la definitiva scomparsa
ordinando che vengano dati alle fiamme.
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Tempi di Apollo a Cuma |
LVDI
MEGALESI
Celebrati in aprile, i Ludi Megalensi
sono i festeggiamenti della dea Cibele, simbolo di fecondità e conosciuta anche
come la Grande Madre (ha infatti generato Zeus). Il culto di Cibele è di origini
orientali ed ha forti caratteri orgiastici. Si ritiene che Pessinunte, in Asia
Minore, sia la principale città di provenienza del culto da dove si è poi
diffuso in Grecia, nell'isola di Creta e infine a Roma. La dea è "importata"
nell'Urbe nel 204 a. C. su preciso intento del Senato che, facendo probabilmente
confezionare "ad hoc" un oracolo sibillino, autorizza il trasferimento a Roma
del culto di Cibele e della "pietra nera" (probabilmente un meteorite) che la
rappresenta e che è stata fino a quel momento custodita a Pergamo. La decisione
ha chiari intenti politici. In questo periodo i Romani stanno vivendo momenti di
profonda tensione per le vittorie di Annibale in Italia e cercano sempre più
spesso conforto spirituale nelle superstizioni orientali, cosa che impone al
Senato di vigilare direttamente. In più, si rende necessaria una alleanza
politica con il re di Pergamo. Nulla di meglio, quindi, che intessere un vincolo
religioso che da Pergamo si snodi fino a Roma.
L'arrivo della statua di Cibele a Roma è legata ad un fatto miracoloso e
leggendario. Si narra infatti che la nave sulla quale era stata caricata la
statua della dea si sia arenata nel Tevere, tra lo sconforto e la preoccupazione
della folla che si è riunita per assistere all'evento. Inutilmente numerose e
forti braccia cercano di trascinare l'imbarcazione con delle funi lungo il corso
del fiume. La nave sembra incollata all'alveo e non si sposta di un centimetro.
Avanza allora verso la riva Claudia Quinta, una giovane considerata poco
virtuosa e oggetto di feroci malelingue. La ragazza invoca la dea, chiedendole
di punire la sua eventuale colpa nel sangue o di dimostrare la sua purezza
seguendola. Claudia afferra le funi che legano la nave e con la forza delle sue
sole braccia riesce a trasportare l'imbarcazione fuori dalla secca nella quale
si è incagliata.
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Quinta Claudia
disincaglia la nave |
I sacerdoti di Cibele vengono
denominati "Galli" e l'etimologia della parola è piuttosto incerta. Secondo
alcune fonti essi prenderebbero il nome da un fiume omonimo le cui acque, purché
bevute in quantità modica, avrebbero il potere di guarire qualsiasi malattia
facendola espellere dal corpo attraverso il cervello. Se assunte in eccesso, le
stesse miracolose acque porterebbero alla follia. La punizione per i sacerdoti
che si fossero abbandonati a troppo abbondati "bevute" sarebbe stata
l'evirazione. Pare che proprio per questo motivo il popolo dei Galli avrebbe
assunto questo nome, cercando di ricordare ai Romani conquistatori che avevano a
che fare con gente capace di trasformarsi in "castratori" di uomini. Secondo
altre interpretazioni, invece, il nome di Galli attribuito ai sacerdoti avrebbe
avuto unicamente il significato di "barbari" e quindi di stranieri. Questo
appare plausibile, poiché i sacerdoti di Cibele potevano essere solo di origine
orientale. Il rito dell'evirazione, che in ogni caso praticano, acque sacre o
meno di mezzo, è infatti rigorosamente proibito ai cittadini romani e il Senato
vigila rigorosamente sui culti officiati in onore della dea, possibili solo
all'interno del tempio. Soltanto in occasione delle Lavatio, che si svolgono una
volta all'anno entro il 4 aprile, viene effettuata una processione pubblica
durante la quale i sacerdoti di Cibele portano la statua della dea, con
incastonata la pietra sacra, dal tempio fino all'Almo, un affluente del Tevere.
Qui la dea viene purificata con l'immersione della statua e degli arredi sacri
nelle acque del fiume. Dal 4 al 10 di aprile si svolgono poi i Ludi Megalensi,
in cui si festeggia con spettacoli teatrali e banchetti.
Cibele è rappresentata come una matrona dalla testa cinta di torri (le città
esistenti sulla terra)e circondata da leoni (simbolo dell'idea che la cultura
può sottomettere le popolazioni ribelli). Il suo simbolo è il timpano, che
rappresenta la sfera del mondo.
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Testa turrita di
Cibele |
LE
ATTIDEIA
Strettamente legato a Cibele è il
culto di Attis, altro personaggio della mitologia greca.
Attis è un pastore di splendido aspetto che si innamora di Cibele (per qualcuno
lo stesso figlio della dea). In nome del suo amore per Cibele, Attis fa voto di
castità eterna. Viene però meno alla promessa abbandonandosi ad un amore carnale
con Sengaride, la figlia del re di Pergamo. Reso pazzo dalla dea per aver
mancato alla parola data, si apparta sotto un pino e si evira. Attis rappresenta
lo splendore della natura che dopo i mesi estivi cade nella morte solo apparente
dell'inverno. Secondo la leggenda, infatti, il mignolo del dio morto continua a
muoversi simboleggiando probabilmente il suo membro e i suoi capelli continuano
a crescere senza sosta rappresentando la natura che risorge al ritorno della
primavera. E' ovviamente in ricordo del sacrificio di Attis che i sacerdoti di
Cibele praticano su di sé la volontaria evirazione, come voto di fedeltà
assoluta. Le Attideia celebrano la passione di Attis e hanno inizio il 15 marzo
con una processione in cui i membri della confraternita dei Cannofori (la cui
prima documentazione risale ai tempi di Marco Aurelio, anche se probabilmente il
rito è più antico) si recano sulle rive del fiume in cerca di canne da portare
nel tempio sul Palatino. E' infatti tra le canne, in riva al fiume, che Attis,
secondo la leggenda, ha consumato i suoi colpevoli incontri amorosi.
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Statua di Attis |
I nove giorni successivi alla
cerimonia sono di rigorosa penitenza ed è obbligatorio astenersi da qualsiasi
attività sessuale così come è proibito cibarsi di melograne, mele cotogne,
pesce, carne di maiale, vino, grano e pane.
Il 22 marzo le cerimonie proseguono con "l'Arbor intrat", cioè l'ingresso del
pino tagliato nel bosco sacro a Cibele. La pianta, che ricorda il luogo dove
Attis si è evirato, è avvolto da bende e inghirlandato da violette, i fiori nati
dal sangue di Attis. In questa occasione i sacerdoti di Cibele si abbandonano a
urla di cordoglio accompagnati dal suono di flauti ricurvi. I fedeli si battono
il petto con le mani o con delle pigne fino a farsi sgorgare il sangue.
Il 24 marzo, ormai sovreccitati per le lamentazioni e la penitenza, sacerdoti e
fedeli di Cibele si abbandonano a danze frenetiche per celebrare la deposizione
di Attis nella tomba. E' il cosiddetto "Giorno del sangue". I partecipanti si
flagellano il corpo e si martoriano con dei coltelli fino a imbrattare il pino e
l'altare del proprio sangue. Qualcuno, nell'esaltazione collettiva, arriva a
evirarsi con schegge di selce o di coccio.
Tra il 24 e il 25 marzo si veglia in preghiera, attendendo l'alba e la
resurrezione di Attis celebrata con una esplosione carnevalesca di gioia.
La Lavatio che prelude ai Ludi Megalensi segue queste celebrazioni dopo un
adeguato riposo (requetio).
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Tempio di Attis, Ostia, Roma |
TAVROBOLIVM (o Criobolium)
La descrizione di questo truculento rito ci è giunta, ricca di
particolari, attraverso gli scritti del poeta Prudenzio. Poiché, come abbiamo
detto, era fatto divieto ai romani di castrarsi, il taurobolium sostituisce la
pratica dell'evirazione nella consacrazione a Cibele, consentendo di offrire
ugualmente alla dea degli organi genitali.
Colui che deve essere "iniziato" viene fatto scendere in una fossa coperta da
una grata (secondo Prudenzio si tratta principalmente del Sommo Sacerdote di
Cibele, l'Archigallo, dato che per una disposizione emanata dall'imperatore
Claudio questi può essere solo un cittadino romano a differenza di quanto
avveniva precedentemente). Sulla grata viene poi immobilizzato un toro
incoronato di fiori, strettamente legato con delle funi. L'animale viene ucciso
con un coltello ricurvo (harpe), spesso rappresentato simbolicamente sugli
altari di Cibele, che gli squarta un fianco fino ai genitali. Il sangue che
sgorga scende attraverso la grata a bagnare colui che sta sotto, purificandolo
in un rituale di morte che gli consentirà di risorgere a nuova vita per un
periodo di vent'anni, trascorsi i quali il sacrificio dovrà essere nuovamente
compiuto. A partire dal IV secolo i fedeli di Cibele considerano però eterna la
purificazione così ottenuta, evitando di ripetere il bagno di sangue. Nel caso
in cui al posto del toro fosse sacrificato un ariete, il rito viene detto
Criobolium. L'ariete poteva essere immolato in caso di ristrettezze economiche,
perché un toro era decisamente più costoso, ma si ha notizia di riti in cui sono
stati sacrificati entrambi gli animali (probabilmente era necessaria una doppia
benedizione!).
I taurobolium potevano essere compiuti, oltre che per la consacrazione dei
sacerdoti anche per la salvezza individuale degli iniziati (una sorta del
battesimo cristiano, anche se i cristiani antichi inorridivano di fronte a
queste pratiche e sdegnavano di vedere paragonati i festeggiamenti per la
risurrezione di Attis alla loro Pasqua). La benedizione ottenuta con il
battesimo di sangue poteva anche essere "reversibile" nei confronti
dell'Imperatore e dell'intera città, tanto che un'epigrafe ricorda un
taurobolium effettuato in favore di Antonino Pio nel 160 d.C.
LE FESTE
DEDICATE AI MORTI
In febbraio, dal 13 al 21, si svolgono
le cosiddette Parentalia. Nei giorni immediatamente successivi si celebrano
invece le feste dei Cara Cognatio (o Caristia). Le Parentalia si ritengono
essere state istituite dallo stesso Enea e vedono protagoniste le Vestali, sue
figlie sacre, le quali provvedono a offrire sacrifici in nome di tutta la
comunità. In questi giorni i templi vengono chiusi, spenti i fuochi sacri, non
si possono celebrare matrimoni e tutti devono dedicarsi, anche se ricoprono
cariche pubbliche, al culto dei propri morti. Ai defunti vengono offerte delle
ciotole lasciate ai bordi delle strade riempite con cereali (soprattutto farro),
sale, pane bagnato nel vino e fiori di viola.
In questo periodo vengono onorati anche i Lari, inizialmente identificati con le
anime dei defunti, protettrici della loro casa natale e della terra e
successivamente considerate come vere e proprie divinità del focolare domestico.
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Statuetta di Lare da Pompei |
Ovidio ci racconta i riti compiuti
a questo proposito da una vecchia (Fasti 2, 571-616), che lascia dell'incenso
sotto la soglia di casa, lega dei fili di piombo nero, tiene in bocca sette fave
nere, cuoce la testa di un pesce dopo averla trafitta e impeciata e beve vino
fino ad ubriacarsi per poi pronunciare la frase magica "Abbiamo legato le lingue
ostili e le bocche nemiche". In queste pratiche si ritrova un'antica leggenda
legata a Lara, una delle Naiadi figlia del fiume Almone. Pare infatti che la
ninfa avesse la lingua lunga e l'abitudine di spettegolare, tanto che avrebbe
rivelato l'amore di Giove con Giuturna, altra ninfa figlia di Dauno e sorella di
Turno. Va ricordato che quest'ultimo è il re dei Rutuli ed è rivale in amore di
Enea per la mano di Lavinia, causa, questa, di una guerra che porta alla morte
di Turno per mano dello stesso Enea. Ma tornando a Lara, Giove, irato per le sue
dicerie, le taglia la lingua e fa portare la ninfa negli inferi da Mercurio.
Durante il viaggio il dio non esita a prendersi qualche libertà e Lara
partorisce i Lari.
Le fave nere compaiono anche in un altro rituale privato dedicato ai defunti e
attuato nel mese di maggio. Il pater familias, sacerdote all'interno della
propria casa per quanto riguarda i riti familiari, si alza nel cuore della notte
il 9, 11 e 13 di maggio, date dedicate alle feste Lemuria.
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Vaso con rappresentazione di Enea e Turno |
I Lemures erano gli spettri maligni
di coloro che , morti prematuramente, vagavano tra i vivi e dovevano essere
placati perché non avessero la tentazione di vendicarsi. Pur di renderli
innocui, il pater familias si aggira a piedi nudi per la casa buttandosi alle
spalle manciate di fave nere, scongiurando per nove volte i lemures di andarsene
e battendo rumorosamente contro dei recipienti di bronzo.
Anche con le Caristia, le altre festività del ciclo di
febbraio, si venerano i Lari depositando delle offerte sui loro altari
domestici, ma ci si preoccupa soprattutto della riconciliazione dei vivi,
dimenticando fra banchetti e festeggiamenti i possibili disaccordi tra parenti e
riunendo tutta la famiglia.
SATVRNALIA
Sono forse le più famose feste
dell'antichità. Celebrate dal 17 al 23 dicembre di ogni anno sanciscono la fine
dell'anno agricolo e sono dedicate a Saturno, antichissima divinità agricola
dell'Italia Centrale, identificata con Crono dopo la diffusione dei culti greci
a Roma. La sovrapposizione delle due divinità è forse stata facilitata dalla
loro iconografia, simile perché entrambe rappresentate con una falce.
Racconta il mito che Saturno/Crono, dopo essere stato cacciato dall'Olimpo,
trova la sua dimora sul Campidoglio, dove venne edificato il suo tempio più
famoso. Poiché il dio non avrebbe potuto lasciare chi lo aveva accolto, nel
tempio era custodita una sua statua legata con delle catene, che venivano
sciolte solo in occasione dei Saturnalia.
Poiché, secondo la leggenda, Saturno è anche il dio che regnava nella cosiddetta
"età dell'oro" durante la quale gli uomini potevano vivere semplicemente
raccogliendo i frutti che la terra spontaneamente donava loro, le feste di
Saturno sono celebrate all'insegna dell'ozio e, tranne per il primo giorno
dedicato alle celebrazioni religiose, si respira un clima di assoluta libertà e
vacanza, con banchetti, possibilità di giocare d'azzardo e scambio di doni.
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Sarcofago con
rilievo raffigurante Saturno incatenato |
In questo periodo vengono anche sovvertiti i normali ordini sociali. Gli schiavi possono indossare gli abiti degli uomini liberi e siedono alla stessa tavola dei loro padroni, che, per l'occasione, indossano il tipico cappellino portato dagli schiavi affrancati e servono le pietanze.
LA
TRIADE CAPITOLINA
Sono Giove, Giunone e Minerva a
costituire la cosiddetta Triade Capitolina, definizione che non è antica perché
si ritrova nei testi solo a partire dal XIX secolo.
Il culto della triade è prettamente romano e ha origini incerte. Servio
Danielino, filologo latino vissuto tra il IV e il V secolo d.C., sembra darne
origini etrusche, ma a tutt'oggi non esiste alcun ritrovamento archeologico a
supporto della tesi che fosse venerata anche in epoca pre-romana.
E' indubbio, comunque, che la diffusione del culto della Triade sia stata
supportata dalla precisa volontà politica di definire un gruppo di divinità
"superiori", tali da identificare la grandezza di Roma anche da un punto di
vista religioso. Templi dedicati alle tre divinità vengono infatti costruiti
anche in molte colonie.
Il culto, comunque, deriva certamente da quello di Giove Capitolino con gli
epiteti di Optimus e Maximus per differenziarlo da qualsiasi altro Giove
diversamente definito e venerato dalle comunità latine limitrofe.
Successivamente vengono aggiunte al culto anche Giunone Regina ("ad essa
appartengono tutti i luoghi della terra", come riferisce Varrone) e Minerva
protettrice delle arti, alla quale, in alcune zone e a partire dal II secolo
d.C., viene dato l'epiteto di Augusta.
Il culto della Triade è strettamente legato al suo tempio, edificato sul
Campidoglio e fornito di tre celle parallele nelle quale vengono poste le statue
delle tre divinità: Giove al centro, seduto in trono e con i fulmini nella mano,
Giunone alla sua sinistra e Minerva a destra.
L'importanza del tempio è dimostrata dalle stesse fonti che riportano la cronaca
dell'invasione di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C. Pare infatti che in
quell'occasione il Campidoglio e il tempio siano stati risparmiati dai nemici, a
riprova della potenza di Giove Capitolino. Il Senato, una volta sconfitti i
Galli, istituisce perciò i ludi Capitolini.
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La Triade Capitolina |
I festeggiamenti di Giove
Capitolino (denominati anche ludi Romani o Magni) si svolgono ogni anno in
settembre per 16 giorni, con magnifiche parate militari, cortei variopinti di
danzatori, musicisti, atleti e inservienti dei templi che portano vasi d'oro e
d'argento colmi di incenso e profumi. Anche le statue di tutti gli dei vengono
fatte sfilare per le vie della città. Al temine delle parate vengono sacrificate
solennemente molte vittime, dopo essere state purificate con acqua e interamente
cosparse di mola salsa. Nel circo Massimo, per tutta la durata dei ludi, si
svolgono giochi ed esibizioni di acrobati.
Alle idi di settembre viene anche offerto un particolare banchetto in onore alla
Triade, al quale partecipano i sacerdoti e le stesse statue degli dei, Minerva e
Giunone sedute e Giove sdraiato sul triclinio.
Il culto della triade non era tuttavia esclusivamente pubblico.
Il ritrovamento della Triade di Guidonia e di altri bronzetti nella casa degli
Amorini dorati di Pompei ha dimostrato come esistesse anche un culto privato e
famigliare particolarmente sentito.
La Triade ritrovata a Guidonia nel 1994 (vedi foto) è sicuramente di
elevatissimo interesse archeologico in quanto, allo stato attuale, è l'unico
esemplare rinvenuto praticamente intero in cui le tre divinità siedono insieme e
non su troni separati. Giove si identifica al centro, con il fascio di fulmini
ben evidenti nella mano destra. Alla sua sinistra è rappresentata Giunone, con
in testa un diadema e un velo e lo scettro nella mano sinistra. A destra è
invece posta Minerva nell'atto di reggere probabilmente l'elmo (braccio destro
mancante). Ai piedi delle tre divinità sono anche riconoscibili i tre animali
sacri: l'aquila, il pavone e la civetta.
BIBLIOGRAFIA
- Giuseppina Sechi Mestica - Dizionario universale di
mitologia - Rusconi 1990
- Jane F. Gardener - Miti romani - Oscar Mondadori - 1997
- Henri-Charles Puech - Storia delle religioni - tomo secondo ( "La religione
romana" a cura di Raymond Bloch e "Le religioni orientali nell'impero romano" a
cura di Robert Turcan)- Laterza 1976
- Autori Vari - Vita quotidiana nell'Italia antica - vol. I e II - Mondadori
1993
- Alessandra Tommasi Aliotti - Dizionario della Mitologia Romana ed Etrusca -
L'airone Editrice - 1995
- Alan Buoquet - Breve storia delle religioni - Mondadori 1987
- Autori Vari - Roma, Romolo, Remo e la fondazione della città - Electa 2000
- Autori Vari - Storia civiltà e vita ai tempi di Roma antica - De Agostini 2000
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