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LE·MILLE·E·VNA·FAVOLA·DELL'·ALBA·DI·ROMA
PRIMA PARTE
SECONDA PARTE
Redattrice:
Rosa Petrucci
Ultimo Aggiornamento: 19 gennaio 2001
Le origini della religione romana
sono controverse. In generale si tende a far coincidere le divinità romane con
quelle greche, semplicemente ribattezzate, ma i culti più antichi sono propri
dei Romani e hanno una differente genesi. Alcuni storici li ritengono
assolutamente primitivi, infarciti solo di superstizioni e magia. Altri
sostengono invece che derivino dai più antichi culti indoeuropei e quindi
attribuiscono loro una architettura più complessa e già propria.
Qualunque teoria si voglia accettare, è comunque indubbio che il rapporto tra
gli antichi romani e le varie divinità ha sempre un carattere prevalentemente
pratico. Alla base del sentimento religioso sono in ogni caso i riti religiosi,
che sopravvivono nella sostanza quasi inalterati per secoli in una sequela di
norme ben definite in cui l'unico interesse evidente è quello di mantenere la
cosiddetta pax deorum, cioè il favore degli Dei.
Guai a indispettire le divinità mancando ai tradizionali rituali in loro onore,
guai a non rispettarne la volontà espressa attraverso i "segni" divini, guai a
disattenderne le aspettative.
In tutto questo manifesto fatalismo l'uomo romano mantiene però sempre una buona
dose di consapevolezza del proprio libero arbitrio. Questo risulta evidente
nell'interpretazione di quelli che sono ritenuti i messaggi divini (il volo di
un uccello nel cielo, il saettare di un fulmine, una frase casualmente udita,
l'aspetto delle viscere degli animali sacrificati…), perché coloro che sono
chiamati ad interpretare le volontà degli dei sono depositari di uno smisurato
potere su tutta la comunità, spesso esercitato con precise finalità politiche.
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Coperchio di urna funeraria: sacerdote con fegato ovino Da Volterra (II secolo a.C.) |
La religione è per molto tempo una
questione prevalentemente comunitaria, che esula dalla ricerca intima e
personale di ciascuno. E' tutta la città ad esserne coinvolta; è l'intera
famiglia, schiavi compresi, la cellula di base dove vengono svolti i riti
privati officiati dal pater familias. Anche una semplice trasgressione
individuale coinvolge tutta la comunità che viene perciò chiamata ad intervenire
e a porvi rimedio. Per il romano antico non esiste un "sentimento" religioso
intimamente vissuto. L'uomo pius è, dal punto di vista religioso,
semplicemente colui che sa rispettare alla lettera le tante prescrizioni
rituali.
Dotati soprattutto di grande capacità organizzativa e generalmente poco
interessati alla speculazione filosofica, i romani attribuiscono qualsiasi
aspetto della vita ad una specifica divinità, aumentando il numero dei numina
( i poteri divini) a dismisura, siano essi maschili, femminili o ermafroditi.
Molto spesso ad un unico dio vengono attribuiti vari epiteti a seconda di una
sua particolare "specializzazione". Questo è tanto vero che nel volume di Alan
Bouquet "Breve storia delle religioni", viene citata la dea Cloacina quale
protettrice dei…servizi igienici!
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Cloaca Maxima |
Resti del tempio di Venere Cloacina |
"Cloacina" è infatti un epiteto che i Romani attribuiscono a Venere riferendosi ad una sua statua ritrovata allo sbocco di una cloaca nel Tevere, senza tuttavia nulla voler togliere alla leggiadria della dea perché, nonostante l'accostamento ad una fogna, il termine significa semplicemente "Purificatrice".
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Ricostruzione del tempio di Venere Cloacina |
Basilari in questi primi stadi del
culto sono anche i concetti di contaminazione, impurità e purificazione, fulcro
comune della religiosità di molti popoli.
Per gli uomini antichi è fondamentale sapere bene ciò che è necessario fare per
purificarsi e ristabilire l'armonia con il mondo divino dopo essere stati
contaminati. Ciò che maggiormente può rendere impuri è il contatto con la morte
e con il delitto e la possibilità che questo accada, anche accidentalmente, è
ineluttabile. L'esperienza insegna che chiunque può correre un tale pericolo,
anche colui che più incarna doti di coraggio, forza, lealtà e saggezza. E'
illuminante, per chiarire questo concetto, ciò che ci viene tramandato
attraverso alcuni miti antichi. A questo proposito, bello e significativo è
l'episodio che vede come protagonista Enea, eroe per eccellenza, durante il suo
vagabondare alla ricerca del Lazio.
Virgilio ci racconta infatti che un giorno Enea approda sulla costa Tracia.
Volendo fondare qui una città comincia a porne le fondamenta e, per ingraziarsi
gli dei, decide di offrire loro un sacrificio augurale. Per ornare l'altare
strappa le fronde di un mirto e di un corniolo ma, non appena ha reciso la prima
foglia, da questa inizia a sgorgare del sangue nero e immondo che gocciola a
lordare il terreno. Strappa una seconda foglia e una terza, ma lo stesso
prodigio di ripete fino a che una voce flebile e spaventosa si leva da sotto
terra. E' Polidoro, figlio di Priamo, inviato dal padre durante l'assedio di
Troia presso il re di Tracia Polimestore con un prezioso carico d'oro. Violando
ogni regola dell'ospitalità, Polimestore si è impadronito delle ricchezze di
Polidoro facendolo assassinare senza nemmeno dare al cadavere una degna
sepoltura. Il corpo del giovane viene abbandonato sul terreno e dalle frecce che
gli sono ancora conficcate addosso nasce la pianta dalla quale Enea cerca di
strappare i rami. La terra che nasconde l'orrendo delitto è ora maledetta e lo
stesso inconsapevole Enea ne è stato contaminato, sebbene i suoi gesti siano
stati dettati dalle migliori intenzioni (offrire agli dei un sacrificio).
Per i romani esiste sempre un rapporto molto stretto tra il divino e il
quotidiano e i miti si inseriscono continuamente in questo contesto. Ad essi i
romani fanno assumere una caratterizzazione del tutto propria tanto che, anche
quando sono di derivazione più antica, vengono rivisitati, applicati al vissuto
e alla narrazione storica. In una parola, "umanizzati".
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Urna funeraria a forma di capanna arcaica, abitazione in uso agli albori di Roma tra l'età del Bronzo Finale e l'età del Ferro |
Moneta con raffigurazione del tempio di Venere Cloacina (39a.C.) |
Svariate e affascinanti sono le
fonti dalle quali attingere la storia delle origini di Roma ma molte di queste,
dagli scritti di Livio, Virgilio, Ovidio a quelli di Marco Terenzio Varrone,
risalgono al I secolo a.C. e quindi a sette secoli dopo la tradizionale
fondazione di Roma. A loro volta, poi, sono derivate da opere precedenti delle
quali sono sopravvissuti fino a noi solo pochi frammenti.
Considerando la propensione degli autori Romani a dare un alto valore aggiunto
dal punto di vista didattico e letterario alle proprie opere, non è un mistero
che molte delle storie ripescate dalle fonti più antiche, a volte anche
contrastanti tra loro, vengano rimaneggiate dagli scrittori successivi nella
ricerca dei valori morali e delle virtù patriottiche da tramandare ai posteri, i
cosiddetti exempla.
Negli "Annali" di Ennio, il primo poema nazionale sulla storia di Roma risalente
al III secolo a.C. troviamo infatti scritto: moribus antiquis res stat Romana
virisque (i valori romani si basano sui costumi e sui cittadini antichi).
Evidente è ancora l'interpretazione del passato in base alle esigenze politiche
del presente per ciò che riguarda l'origine delle più antiche famiglie (Fabi,
Valeri, Claudi e la stessa gens Giulia) i cui alberi genealogici sono una pura
creazione letteraria. Seppure attratti dalla storia del proprio passato, i
Romani infatti non provano nessun particolare desiderio speculativo di ricerca
della verità. Ciò che a loro basta è dotarsi di una rassicurante certezza sul
fatto di poter vantare un'origine accettabile e gradita, non a caso, quindi,
costruita ad hoc.
Possiamo farci un'idea più precisa di questi travagli letterari e mitologici
esaminando alcuni dei miti sulle origini di Roma.
ENEA ROMOLO E REMO
Il mito di Enea è antico, tanto che le prime versioni sono già note in Etruria
prima del VI secolo a.C. e in Grecia nel V secolo e farebbero derivare il nome
di "Roma" da quello di una donna troiana con il significato di "forza".
Enea è figlio di Anchise, un mortale, e della dea Venere. Regna sui Dardani,
alle falde del monte Ida nella Troade e partecipa solo alla fase finale della
guerra di Troia in aiuto di Priamo, con il quale è imparentato avendone sposato
la figlia Creusa. Non essendo un troiano, Enea piace particolarmente ai Romani
quale capostipite perché consente loro di affondare le radici in una civiltà dal
fulgido passato e nel contempo di distinguersi dai Greci senza esserne i più
fieri antagonisti, soluzione che oggi definiremmo "politically correct".
Anche la leggenda di Romolo e Remo, dapprima alternativa e a sé stante, viene
successivamente integrata nel mito di Enea tanto che in un primo momento i due
gemelli vengono indicati come suoi figli o nipoti.
Eratostene di Cirene si accorge tuttavia che, poiché la data della caduta di
Troia doveva essere all'incirca il 1184 a.C., né Enea né i suoi più diretti
discendenti possono aver fondato Roma, tradizionalmente sorta nel 753 a.C.
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G.Bernini - Enea
fugge da Troia |
A rendere plausibile la storia
pensa Catone il Censore con un'abile invenzione. Secondo la sua versione,
accettata poi come definitiva, Enea fugge da Troia portando in salvo il vecchio
padre Anchise e il figlio Ascanio e perdendo Creusa tra le fiamme della città
devastata. Giunge poi nel Lazio.
Dopo aver sposato Lavinia, figlia di Latino, un re locale, avrebbe poi fondato
Lavinium. Ascanio, noto anche col nome di Julo, è invece il fondatore di Alba
Longa e i suoi successori danno origine alla dinastia dalla quale, dopo varie
generazioni, nasceranno Romolo e Remo e in seguito la gens Julia, con Giulio
Cesare e il primo imperatore Augusto.
Virgilio ci dà una versione avventurosa del viaggio di Enea fino alle coste
italiane, al quale sono dedicati tutti i primi sei libri dell'Eneide. Ovviamente
le traversie del nostro eroe non sono immuni dall'intromissione di forze divine.
Giunone non ha ancora dimenticato l'umiliazione per non essere stata scelta da
Paride come la più bella dell'Olimpo in quello che tutti ricordano come
l'antefatto della guerra di Troia e cova ancora rancore nei confronti di Venere,
incoronata a dea della bellezza con la consegna del famoso pomo d'oro. Non le
par vero, quindi, di ostacolare in tutti i modi Enea, figlio della sua rivale,
nel lungo viaggio alla ricerca del Lazio.
Con qualche acrobazia cronologica Virgilio dà un'ulteriore motivazione alle ire
della dea nei confronti di Enea. Giunone sarebbe infatti anche la divinità
protettrice di Cartagine, l'acerrima nemica di Roma. Presupponendo erroneamente
l'esistenza di Cartagine già ai tempi di Enea (le origini di Cartagine e di Roma
sono infatti più o meno contemporanee), Virgilio spiega che Giunone si accanisce
tanto contro Enea per non consentirgli di raggiungere il Lazio dove è
predestinato a dare origine alla progenie che porterà Cartagine alla rovina.
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Viaggio di Enea secondo
Virgilio (linea verde) e Dionigi di Alicarnasso (linea rossa) |
E' proprio a Cartagine che Enea vive una intensa e drammatica storia d'amore con la regina Didone. Giunone guarda con benevolenza ai due amanti sperando che Enea, vinto dalla passione, decida di mettere fine al suo vagabondare. Giove, tuttavia, invia Mercurio a sollecitare Enea alla partenza e questi obbedisce, abbandonando Didone. Disperata, la bella regina si suicida lanciando strali di maledizione contro Enea e la sua progenie e Virgilio ci regala in proposito pagine di commovente levatura poetica. Nel girovagare di Enea non manca nemmeno una capatina negli inferi, perché prima di giungere nel Lazio, l'eroe viene accompagnato dalla Sibilla di Cuma nel mondo dei morti, dove incontra il padre Anchise che gli profetizza la futura grandezza di Roma.
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Antro della Sibilla |
Sala Interna |
Sempre secondo la leggenda, dopo
quattro anni di regno, Enea sarebbe stato assunto in cielo tra lampi e tuoni
durante una battaglia contro gli Etruschi nelle vicinanze del fiume Numicio e
ricevuto nell'Olimpo insieme agli dei. E' interessante notare che anche a Romolo
viene decretata la stessa fine, per cui, a buon titolo poterono successivamente
essere deificati anche Giulio Cesare e Augusto, suoi lontani discendenti.
Comunque la si metta, le origini divine dei fondatori di Roma sono
incontrovertibili. Infatti, se si accetta Enea quale capostipite, si trova
Venere come primigenia madre; se si dà un'occhiata alle più arcaiche leggende si
incontra il solo Romolo figlio di Zeus, senza la presenza del fratello; se si
valutano le successive elaborazioni, Romolo e Remo sarebbero i gemelli figli di
Marte e Rea Silvia, altro personaggio universalmente noto.
Secondo una versione della leggenda Rea Silvia sarebbe una figlia di Enea e si
sarebbe anche chiamata Ilia, forse per ricordare il collegamento di Roma con
Troia ("Ilio" in greco).
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La Lupa allatta
i gemelli |
Più conosciuta, invece, la versione
secondo la quale Rea Silvia sarebbe la vestale figlia di Numitore e nipote di
Amulio, entrambi discendenti di Ascanio.
Costretta a prendere i voti dal malvagio zio, interessato a che il fratello
detronizzato non potesse avere discendenti maschi, Rea Silvia conosce l'amore di
Marte, ma il fatto di portare in grembo un frutto divino non le consente di
scampare alla punizione prevista per una vestale che abbia infranto il voto di
castità.
La poveretta viene imprigionata a mandata a morte dopo la nascita dei due
bambini, anche se il dio del fiume Aniene, nel quale è stato buttato il cadavere
della giovane, impietosito, le restituisce la vita.
I due gemelli, semplicemente abbandonati in una cesta alla corrente del fiume,
vengono lasciati dal turbinio delle acque ai piedi del fico "Ruminale" e
allattati dalla famosa lupa. Trovati dal pastore Faustolo, vengono cresciuti da
lui e da sua moglie, Acca Larenzia.
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Faustolo incontra Romolo e Remo |
A questo proposito, attribuendo a
Faustolo una consorte poco virtuosa, qualcuno ipotizza anche che la lupa possa
essere la stessa Acca Larenzia ("lupa" è uno dei nomi per indicare una
prostituta, da cui il temine "lupanare").
Comunque sia, i gemelli vengono allevati fino a che, divenuti grandi, non
riescono a vendicare il nonno spodestando il traditore Amulio.
Per inciso, secondo un'altra leggenda, Acca Larenzia sarebbe stata invece una
bella fanciulla "vinta" da Ercole durante in una partita ai dadi con il custode
del suo tempio. Dopo aver consumato una notte d'amore con lei, Ercole si
"sdebita" consigliandole di sposare il primo uomo che incontrerà quella stessa
mattina. Acca Larenzia ubbidisce e si ritrova moglie di Taruzio, uomo
ricchissimo e dalla vita breve che la lascia ben presto erede di numerosi
terreni. A sua volta la donna elargisce la sua eredità all'intero popolo romano.
Non c'è dubbio che questa versione della leggenda altro non serve ai Romani se
non a giustificare una sorta di diritto ereditario sui territori di cui aspirano
avere il possesso.
Ma tornando a Romolo e Remo, i due fratelli stabiliscono di fondare una nuova
città e qui la leggenda si riempie di presagi. Decidono di osservare i "segni"
degli dei, guardando il volo degli uccelli e si appostano rispettivamente sul
Palatino e sull'Aventino. Remo avvista per primo sei avvoltoi. Romolo,
successivamente al fratello, ne scorge dodici. Segue una mortale disputa su
quale dei due presagi abbia maggior valore, se il primo in ordine di tempo o
quello con un più elevato numero di uccelli e Remo ha, come tutti sanno, la
peggio. Secondo un'altra versione i due fratelli litigano perché Remo, volendo
deridere e oltraggiare il fratello, oltrepassa armato il confine delle mura che
Romolo sta tracciando con un aratro. Il risultato è comunque, anche in questo
caso, l'uccisione di Remo da parte di Romolo.
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Lapide rinvenuta a Roma recante il nome di Romolo |
Il rituale di fondazione della
città compiuto da Romolo fa parte della tradizione romana più antica e in
seguito viene ripetuto ogniqualvolta deve essere fondata una nuova città, sia in
epoca repubblicana che imperiale. Catone, nel II secolo a.C. lo descrive nelle
sue Origini : "I fondatori di una città aggiogavano un toro a destra e una vacca
dalla parte interna. Cinti alla maniera di Gabii, (vestiti alla maniera dei
sacerdoti durante una cerimonia religiosa, ndr) e cioè con il capo coperto da un
lembo della toga rimboccata, essi tenevano il manico dell'aratro piegato in modo
da far ricadere le zolle all'interno. E nel tracciare il solco in questo modo
essi segnavano il luogo delle porte, sollevando l'aratro in corrispondenza delle
mura".
Le zolle rovesciate all'interno nel tracciare il solco primigenius (che
delimita la città e sul quale sorgeranno le mura) ricoprono una parte di terreno
che viene detta pomerium. Quest'area, che non verrà edificata, è una
sorta di "zona franca" tra la città vera e propria, nella quale è sacrilego
entrare armati, e le mura. E' solo qui che i soldati possono ritrovarsi e
combattere per difendere l'abitato dai nemici. Come il pomerium, anche le porte,
nel tracciare il cui limite l'aratro viene simbolicamente sollevato dal terreno,
non rientrano nella zona sacra della città. Esse rappresentano infatti il
collegamento con l'esterno, da esse è necessario poter entrare e, soprattutto,
poter far uscire tutto ciò che potrebbe contaminare l'abitato, come i morti.
Alla luce di tanta sacralità nei confronti dei confini, si può ben comprendere
quale scompiglio possa aver destato Cesare nel suo passaggio armato del
Rubicone, il limite che, in tarda età repubblicana, non poteva essere superato
da nessun esercito in armi.
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Mura di Romolo |
La fondazione della città
presuppone anche un altro momento ricco di significati religiosi che, se
ignorato da Catone, viene però descritto da Ovidio e Plutarco: l'escavazione del
mundus, una sorta di pozzo al centro della città. E' dal suo nome che
deriva il nostro termine "mondo" ed esso rappresenta per gli antichi il luogo di
congiunzione tra la vita e la morte, tra il cielo e la terra. Il mundus
mette in comunicazione l'esterno della terra con le sue stesse viscere e con gli
esseri infernali che le abitano, oltre che con il mondo degli dei che risiedono
in cielo. Nel momento della fondazione della città vengono gettate nel mundus
delle zolle di terra provenienti dai diversi luoghi di origine dei nuovi
abitanti, dopo di che esso viene rigorosamente tenuto chiuso tranne che il 24
agosto, il 5 ottobre e l'8 novembre di ogni anno. In questi tre giorni si compie
il rituale del mundus patet ( il mundus è aperto) durante il quale
le anime dei defunti possono ritornare nel mondo dei vivi e aggirarsi a loro
piacimento per la città.
Tornando ai miti e alla storia di Romolo e Remo, Plutarco riporta una versione
dei fatti meno nota e altrettanto fantastica di quella che abbiamo già
raccontato.
Il cattivo di turno è questa volta il malvagio Tarchezio, re di Alba, sconvolto
per l'apparizione nella sua casa di un fallo infuocato scaturito dalle scintille
del camino acceso. Dopo aver avuto diverse notti turbate dalla strana
apparizione, Tarchezio interpella l'oracolo di Teti in Etruria che gli
suggerisce di far giacere una vergine con il fallo di fuoco. Dall'unione
verrebbe generato un figlio baciato dalla fortuna. Tarchezio non esita ad
ordinare ad una delle figlie di prestarsi a tale pratica, ma la ragazza,
comprensibilmente, non ne vuole sapere. Ad insaputa del padre convince perciò
una serva a prendere il suo posto. Non appena Tarchezio si rende conto
dell'imbroglio, furibondo, manda a morte le due donne. E' solo per intercessione
della dea Vesta che la condanna viene commutata nel carcere e il re promette
alle due ragazze di liberarle e farle sposare non appena avranno terminato un
lungo lavoro di filatura. Le due poverette filano per giorni interi, ma la
notte, per ordine di Tarchezio, altre serve disfano il loro lavoro. Arriva il
giorno del parto. La giovane messa incinta dal fallo infuocato partorisce due
gemelli che Tarchezio ordina di uccidere, ma colui che è stato incaricato
dell'omicidio non ha cuore di portarlo a compimento. Abbandona i due bambini,
che vengono trovati e allattati dalla lupa. Il resto è storia nota. E'
interessante notare che secondo gli storici, i nomi Tarchezio e Taruzio (il
marito della ricca ereditiera Acca Larenzia) non sarebbero altro che una
"storpiatura" di Tarquinio (Prisco), nella cui reggia, secondo un'altra leggenda
simile a quella dei due gemelli, sarebbe stato concepito Servio Tullio figlio
del dio Vulcano e di una serva.
Qualunque sia l'origine di Romolo e Remo, il motivo per cui i fondatori siano
due (a parte una prima versione che, come abbiamo visto, prevedeva solo Romolo)
è ancora denso di interrogativi. Le spiegazioni possibili paiono diverse a
secondo che si voglia vedere in esse un risvolto religioso o politico. Nel primo
caso infatti si tende a trovare nella duplicità un collegamento con la mitologia
indoeuropea della creazione, mentre altre teorie indicano nei due fratelli il
riscontro di due diverse comunità originarie del Palatino e del Quirinale, poi
unitesi.
Romolo e Remo sono stati anche da qualcuno paragonati a Caino e Abele, mentre
altri ravvisano nella successiva introduzione di Remo nel mito una sorta di
idealizzazione della suddivisione sociale tra patrizi e plebei. Qualcuno si è
anche interrogato sul fatto che i Romani potessero ammettere un fratricidio,
delitto ritenuto tra i più ripugnati, nella saga delle loro origini. Il
ritrovamento archeologico di deposizioni umane nelle vicinanze del muro
costruito nel VIII secolo a.C. ha fatto ipotizzare che i rituali più arcaici di
fondazione delle città potessero prevedere dei sacrifici umani, per cui
l'uccisione di Remo da parte di Romolo potrebbe anche essere interpretata sotto
questo aspetto. L'imbarazzo derivante dalla morte di Remo e dalla presunta
pratica di sacrifici umani, considerati una pura barbarie dai romani impegnati
nei secoli successivi a scrivere la propria storia, sarebbe quindi, secondo
alcuni storici, il motivo per cui vennero successivamente inserite nel mito
altre versioni dei fatti, tese a mitigare le responsabilità di Romolo. Viene
infatti anche raccontato dalle fonti che Remo sarebbe morto durante una
scaramuccia per mano di qualcuno che non era certo il fratello.
Rimane però inquietante, sempre a proposito di sacrifici umani, la presenza
degli antichi riti della devotio e degli "Argei".
Raymond Bloch scrive al riguardo: "…I romani vi ricorrevano in momenti critici e
in essi si esprime pienamente la loro stessa psicologia religiosa. Il rito della
devotio risale a un'epoca nella quale si praticavano sacrifici umani,
divenuti rarissimi in epoca storica. I momenti drammatici che Roma visse al
momento dell'avanzata vittoriosa di Annibale in Italia riportarono
eccezionalmente alla luce questa pratica selvaggia. I Romani non conoscevano
ormai altro che sacrifici sostitutivi, il più noto dei quali era quello degli
Argei. Ogni anno, il 15 maggio, Pontefici e Vestali lanciavano nel Tevere, dal
Ponte Sublicio, ventisette o trenta manichini di giunco, detti Argei.
Sicuramente si doveva trattare di un reminiscenza di un sacrificio ctonio,
offerto a Saturno, in vittime umane…".(cfr Storia delle religioni - H.C. Puech
vol. 1,2 pag. 549 ed. Librairie Gallinard 1970-76)
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Rovine del tempio di Ercole a Roma |
Tito Livio ci propone la
descrizione di una "devotio" praticata dal console Decio durante una dura
battaglia contro i Sanniti in cui l'esercito romano è ormai in rotta. Decio, su
consiglio di uno dei Pontefici, decide di sacrificare la propria vita agli dei
in cambio della salvezza del suo esercito. Si veste con la toga, si benda il
capo, pone il piede su un giavellotto posato a terra e pronuncia una formula
rituale nella quale invoca tutti gli dei offrendo loro la vita e,
contemporaneamente, gli eserciti nemici ai Mani e alla terra. Il racconto di
Tito Livio continua con la descrizione di Decio che, trasfigurato dalla invocata
comunione con il mondo divino, si scaglia a cavallo contro l'esercito nemico con
una tale foga da spaventare mortalmente i nemici e metterli in fuga. Riguardo
agli Argei, invece, esistono altre e diverse interpretazioni. Secondo una prima,
il nome potrebbe ricordare i compagni greci di Ercole, che, pur essendosi
fermati sul Palatino, avrebbero voluto tornare in patria almeno dopo morti e
avrebbero espresso il desiderio che i loro cadaveri fossero gettati nel Tevere e
lasciati in balia delle acque. Secondo la leggenda, i Romani, ai quali sarebbe
parsa sacrilega qualsiasi mancata sepoltura, avrebbero sostituito i corpi con
dei fantocci di giunco.
Attraverso Ovidio, apprendiamo però che a Roma esisteva anche una antica
cerimonia detta "gettare gli anziani dal ponte" consigliata da un oracolo e che
consisteva nella eliminazione fisica degli anziani. Secondo Ovidio, tale pratica
sarebbe stata sostituita dal meno cruento lancio dei fantocci nel fiume. E'
assai più probabile, comunque, che l'espressione "gettare gli anziani dal ponte"
si riferisse al fatto che, giunti a una certa età, gli uomini non potevano più
votare e quindi non potevano più attraversare la passerella che portava ai seggi
elettorali.
BIBLIOGRAFIA
- Giuseppina Sechi Mestica "Dizionario
universale di mitologia" Rusconi 1990
- Jane F. Gardener "Miti romani"Oscar Mondadori - 1997
- Henri-Charles Puech "Storia delle religioni - tomo secondo" ( "La religione
romana" a cura di Raymond Bloch e "Le religioni orientali nell'impero romano" a
cura di Robert Turcan)- Laterza 1976
- Autori Vari " Vita quotidiana nell'Italia antica" vol. I e II - Mondadori 1993
- Alessandra Tommasi Aliotti " Dizionario della Mitologia Romana ed Etrusca "
L'airone Editrice - 1995
- Alan Buoquet " Breve storia delle religioni" Mondadori 1987
- Autori Vari "Roma, Romolo, Remo e la fondazione della città" Electa 2000
- Autori Vari "Storia civiltà e vita ai tempi di Roma antica" De Agostini 2000
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