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LA MISVRA DEL TEMPO LA MISVRA DELLO SPAZIO LE OPERAZIONI DI PESATVRA
Pesi, Strumenti e Misure nella Antica Roma
REDATTRICE:
ULTIMA MODIFICA: 17 giugno 2001
INTRODVZIONE
La necessità di misurare le distanze, i pesi, il tempo, la quantità dei liquidi e dei solidi è, fin dalla più remota antichità, un'esigenza tipica delle società organizzate. Possedere un appezzamento di terreno, accumulare i raccolti, barattare e commerciare, concedere prestiti o usufruirne, esigere il pagamento delle tasse, programmare un viaggio o una campagna militare, pianificare la costruzione di un edificio o di una intera città sono attività che implicano la capacità di comparare e quindi di misurare.
I più antichi sistemi di misurazione traevano le loro unità da elementi naturali (come chicchi di grano e di cereali in genere per la misura dei pesi) o umani (come piedi, pollici, cubiti, braccia per le misure lineari), questi ultimi ancora oggi riscontrabili nel sistema di misura anglosassone.
Se inizialmente ciascuna comunità disponeva di unità di misura proprie, la diffusione dei commerci impose una razionalizzazione della materia, la costituzione di tavole comparative delle misure adottate da popolazioni diverse e, ancora successivamente, il controllo da parte delle autorità per evitare frodi e raggiri.
Per quanto riguarda le unità di misura romane, le stesse fonti latine dichiarano uno stretto legame con il sistema greco di misurazione, a sua volta derivato dalle civiltà orientali, anche se il contatto con le diverse popolazioni sottomesse portò i Romani a conoscenza di molti altri diversi sistemi che vennero rielaborati e razionalizzati. Nonostante la varietà dei ritrovamenti archeologici e delle fonti, la complessità della materia rende difficile una interpretazione precisa e vari sono i punti ancora densi di interrogativi.
I - LA MISVRA DEL TEMPO
Se noi siamo abituati a suddividere la nostra giornata in ventiquattro ore esattamente della stessa durata, con la notte e il giorno che quindi durano un numero diverso di ore a seconda delle stagioni, gli antichi Romani consideravano la questione in maniera esattamente opposta.
La loro giornata era infatti sì suddivisa in ventiquattro ore, ma queste erano dodici per il giorno e dodici per la notte. Va da sé che la durata di un'ora del giorno era molto diversa da quella di un'ora della notte a seconda delle stagioni e solo nei giorni di equinozio, quando il giorno e la notte sono esattamente uguali, si avevano ore della medesima durata. Ovviamente, con un tale sistema di misurazione, la durata delle ore, variava, anche nello stesso giorno, a seconda della latitudine nella quale ci si trovava. Punti fissi della giornata erano però sempre l'alba, il mezzogiorno e il tramonto. Il giorno iniziava con l'hora prima (circa le nostre 7,30 del mattino se si considera il 23 dicembre, solstizio d'inverno, ma corrispondente alle 4,30 attuali nel solstizio d'estate), mentre la seconda parte della giornata era scandita dall'hora septima, il nostro mezzogiorno. La notte era poi suddivisa in quattro vigilie (veglie), probabilmente derivanti da consuetudini militari piuttosto che da valutazioni astronomiche. Le ore non erano certo divise in minuti, per cui la vita scorreva non tanto al ritmo incessante e impietoso dei nostri precisissimi orologi, quanto piuttosto secondo gli impegni che contraddistinguevano i vari momenti della giornata. L'alba scandiva il risveglio e dopo la toilette, più o meno frettolosa a secondo della classe sociale di appartenenza, si cominciavano le varie attività, tra le quali, rigorosamente mattutina, era quella della salutatio. Il lavoro terminava (tranne che per gli schiavi e gli uomini liberi delle classi inferiori e fatta salva solo qualche altra rara eccezione) tra l'ora sesta e la settima, quindi sostanzialmente per pranzo. Le otto ore lavorative che affliggono quotidianamente noi uomini moderni, non erano dalla maggior parte degli antichi Romani (beati loro) minimamente contemplate. Il pomeriggio trascorreva in genere tra passeggiate e bagni termali per arrivare alla cena, di solito parca, consumata al tramonto, dopo di che si andava a letto, a meno che non si appartenesse alla classe più abbiente che poteva permettersi di banchettare fino a notte inoltrata.
A parte la variabilità della durata delle ore e la mancanza della suddivisione in minuti, se si considera anche la qualità degli orologi disponibili, la misura del tempo acquisiva caratteri ancor più aleatori, tanto che essere in ritardo agli appuntamenti era pressoché una costante.
"…….è più facile accordare tra loro due filosofi che due orologi" scrive Seneca nel suo Apocolocyntosis, dimostrando quanto ancora si fosse lontani dalla proverbiale precisione svizzera.
Gli orologi più diffusi erano senz'altro quelli solari, le meridiane, presenti sia in luoghi pubblici che nelle case private e costruite in vari modi (ad esempio a quadrante concavo o piatto), tutti elencati da Vitruvio nel suo "De Architectura". Spesso gli artigiani che le realizzavano non si preoccupavano molto della loro precisione astronomica, tuttavia sono state ritrovate a Pompei esemplari di meridiane molto accurate indicanti le ore stagionali, i solstizi e gli equinozi. Augusto fece costruire in Campo Marzio un orologio solare piatto di enormi dimensioni (solarium augusti), il cui quadrante misurava 180 m per 80 m e il cui gnomone era addirittura costituito dall'obelisco egiziano ora posto in Piazza Montecitorio Sempre a Pompei, nel 1912, è stata riportata alla luce nella bottega di Verus - forse un agrimensore ma più probabilmente un fabbro - un esemplare di orologio "portatile", una piccola meridiana incisa su di una scatoletta di avorio, quasi un orologio da taschino ante-litteram. Di essa, purtroppo, non rimangono che pochi frammenti dei lati e della parte superiore, dove erano incise le linee della meridiana e dove doveva essere fissato lo gnomone. Su uno dei due lati lunghi della scatola era anche incisa una scala graduata di riduzione, sicuramente utilizzata per prendere misure lineari. Ad Aquileia è stato ritrovato un altro tipo di orologio solare portatile, certamente del genere più diffuso e costituito da un piccolo disco di bronzo che veniva tenuto appeso e ruotato in modo che i raggi solari vi battessero sopra. Sul disco di Aquileia sono riportati due distinti quadranti solari, relativi rispettivamente alle latitudini di Ravenna e di Roma (indicate dalle sigle RA e RO). Ad Oxford è invece conservata una meridiana portatile, sempre in bronzo e risalente al III secolo d.C., formata da due dischi sovrapposti, uno più piccolo con gnomone girevole dotato di scala oraria graduata, e uno più grande, sottostante, con indicazione sul bordo di una scala delle latitudini. Sul retro del disco più grande sono incise le latitudini corrispondenti a trenta province romane. Ruotando il disco piccolo in corrispondenza delle latitudini era quindi possibile sapere l'ora nelle varie province.
Vitruvio ci parla anche dell'esistenza di clessidre ad acqua, delle quali troviamo conferma nel De Bello Gallico di Cesare, per cui è possibile ipotizzarne l'utilizzo anche in campo militare. Le clessidre erano utilizzate per misurare determinati intervalli, come il tempo a disposizione degli oratori durante le cause in tribunale. Un perfezionamento della clessidra ad acqua era rappresentata dagli orologi idraulici. Nel recipiente dove l'acqua si accumulava, scendendo attraverso un foro dal diametro ben calcolato, venivano indicate le ore con delle tacche, regolate in base ad un orologio solare. Ovviamente, la loro utilità era quella di poter misurare il tempo anche di notte.
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