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LA MISVRA DEL TEMPO LA MISVRA DELLO SPAZIO LE OPERAZIONI DI PESATVRA

Pesi, Strumenti e Misure nella Antica Roma
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ULTIMA MODIFICA: 17 giugno 2001

II - LA MISVRA DELLO SPAZIO
Prassi comune del mondo antico è misurare le distanze in base ad elementi del corpo umano, alla possibilità di compiere percorsi standard a piedi o a determinate capacità lavorative. Le origini dei sistemi di misurazione organizzati vanno ricercate, come già accennato, in Oriente, da dove influenzarono l'Egitto, la Grecia e infine Roma. L'origine comune delle unità di misura non significa che queste fossero omogenee, da cui, appunto, la necessità di organizzarne la comparazione sia per fini commerciali che fiscali, oltre che per l'edilizia urbana. La costruzione di edifici nelle colonie dell'Impero, progettati secondo le unità di misura romane, dovevano infatti essere comprensibili alle maestranze locali per le quali una misura ugualmente denominata (un piede, ad esempio) poteva avere una diversa dimensione. Alcuni ritrovamenti archeologici dimostrano la diffusione di queste tabelle comparative e… . la generale, imperante, confusione! Un rilievo da Salamina mette a confronto, correlandoli, il piede dorico, il piede attico e il cubito egizio, mentre un rilievo proveniente da Leptis Magna, in Libia, confronta il piede romano, il cubito punico e il cubito regale egizio, solo per citarne tra i più famosi.
I Romani adottarono come unità di misura lineare il "piede", identico a quello attico che veniva prevalentemente utilizzato nel mondo greco, e misurava 29,65 centimetri. Tuttavia dalla casa di Giulio Polibio, a Pompei, e sulle tavolette ritrovate ad Eraclea ci giunge notizia del piede osco-italico, lungo 27-28 centimetri. L'utilizzo del pes romanus divenne comunque obbligatorio sotto Augusto. Per garantire la precisione degli strumenti, una unità campione veniva conservata a Roma nel tempio di Iuno Moneta (probabilmente però anche in altri templi della capitale e certamente anche nelle altre città), da cui il nome di pes monetalis.
Il pes aveva multipli e sottomultipli, come evidenziato nelle seguenti tabelle:


Sottomultipli del "pes"

PES

29,65 cm

SEXTANS o DODRANS

¾ DI PES

PALMVS

¼ DI PES

VNCIA

1/12 DI PES

DIGITVS

1/16 DI PES

 

Multipli del "pes"

PES

29,65 cm

CVBITVS o VLNA

1,5 PES

GRADVS

2,5 PES

PASSUS

5 PES

DECEMPEDA o PERTICA

10 PES

ACTVS

120 PES

STADIVS

625 PES

MILIVM o MILIARIVM

5000 PES (8 STADI)


L'equivalenza del milium a 8 stadi merita una precisazione. Questa uguaglianza è riportata da Strabone e dalla maggior parte degli autori latini, ma secondo Polibio, un milium sarebbe equivalente a 8 stadi e 1/3. L'analisi storica giustifica la discordanza ipotizzando che Stabone faccia riferimento allo stadio alessandrino, pari a 184,85 metri, mentre Polibio si rifarebbe allo stadio attico lungo 177,6 metri. Qualunque fosse la dimensione del milium prevalentemente utilizzata, questa è una ulteriore dimostrazione del ginepraio di misure esistenti nell'antichità.
Poiché un miliarium era anche equivalente a 1000 passus (ognuno dei quali era 1/240 dello stadio, il quale a sua volta rappresentava, oltre al noto edificio, la distanza percorribile di corsa), si parla anche di milia passuum.
Il miliarium era utilizzato per misurare distanze di una certa consistenza e quindi gli itinerari, con la medesima funzione dei nostri chilometri.
Lo stesso termine miliarium indicava anche le pietre miliari, di solito cilindriche, alte da 2 a 4 metri e poste lungo le strade a mille passi di distanza l'una dall'altra a partire dal Foro Romano, dove Augusto fece porre il cosiddetto miliarium aureum. Sulle pietre miliari era indicata la distanza dal punto di origine, il nome della strada e il nome di chi l'aveva costruita o restaurata.
Risulta ovvio che misurare lunghe distanze poneva problemi non da poco.
I Romani utilizzavano uno strumento ingegnoso, lontano parente del nostro contachilometri, detto odometro, del quale non è mai stata ritrovata una testimonianza archeologica, anche se, grazie alle fonti, ne è stata possibile la ricostruzione. Descritto da Vitruvio e da Erone Alessandrino, l'odometro era applicato a uno degli assi di un carro. Regolato in base alla circonferenza della ruota, che secondo Vitruvio doveva compiere 400 giri per percorrere un miglio, lo strumento era costituito da un congegno di ingranaggi dentati, forse i primi ad essere presenti presso i Romani. Ad ogni giro della ruota i denti azionavano un dispositivo che lasciava cadere un sassolino in un recipiente per ogni miglio percorso. Alla fine del viaggio, contando i sassolini, si poteva sapere quante miglia era lungo il tragitto.
Oltre che con le pietre miliari, i viaggiatori potevano aiutarsi con veri e propri stradari, detti itineraria, sui quali erano indicati i posti di rifornimento e di sosta (le cosiddette stationes) oltre alle principali città e alle distanze intermedie. Interessanti, anche se scarsi, i ritrovamenti archeologici al riguardo.
A Vicarello, ad esempio, sono stati ritrovati quattro bicchieri d'argento a forma di miliarium, con l'indicazione del percorso da Cadice a Roma, databili intorno al II-III secolo d.C.
A Tongres, città fatta probabilmente costruire da Claudio tra Colonia e Boulogne durante la campagna per la conquista della Britannia, si è invece rinvenuta una colonna che doveva essere piuttosto simile al miliarium aureum di Augusto, con scolpita l'indicazione della distanza tra le maggiori città dell'Impero.
La più famosa mappa antica è comunque la Tabula Peutingeriana. Di essa è rimasta solo una copia redatta nel XII secolo, probabilmente tratta da un originale romano del III secolo d.C. riveduto e corretto tra il IV e V secolo. Disegnata su un lungo rotolo di pergamena, la carta rappresenta un itinerario stradale in cui le dimensioni geografiche dei luoghi appaiono decisamente deformate, con i mari che sono rappresentati da sottili strisce, e con indicazioni piuttosto schematiche dei luoghi. Tuttavia la successione delle stazioni e le distanze intermedie dovevano essere piuttosto precise. Nella Tabula Peutingeriana vengono utilizzate come unità di misura quelle dei singoli luoghi rappresentati, per cui si passa dalle miglia alle leugae (usate in Gallia), alle parasanghe persiane.
Anche se non esistono reperti archeologici che confermino l'esistenza di una tradizione cartografica romana, ci è giunta notizia del famoso Orbis pictus fatto redigere da Agrippa ed esposto nel tempio della dea Tellus (le itineraria picta erano le vere e proprie carte geografiche o topografiche, diverse dalle itineraria adnotata che erano invece semplici elenchi di strade, località e distanze ).
La misura dello spazio legata ai problemi urbanistici merita poi particolare attenzione. Tracciare il solco primigenius ( il tracciato dei confini della città da fondare), a parte tutta una serie di pratiche religiose e sacrificali e la previa interpretazione dei segni divini propiziatori, comportava anche la necessità di prendere attente misure. Alla base di queste era l'actus (120 piedi). L'etimologia stessa della parola ci fornisce l'origine della misura. "Ago", che significa "guido", "conduco", richiama infatti il tratto di terreno arato da una coppia di buoi che siano stati pungolati una sola volta e trova analogia con la misura greca akaina, la cui radice ak significa "appuntito" (come il pungolo dei buoi, appunto).
Due actus quadrati (un rettangolo di 120 piedi per 240) formavano lo iugerum. Anche in questo caso l'etimologia della parola ha carattere prettamente agricolo. Iugum è infatti il giogo degli animali, da cui si può desumere che lo iugerum rappresentasse la superficie arabile in una giornata di lavoro da una coppia di buoi. Due iugera costituivano il cosiddetto heredium ( il cui nome allude alla porzione di terreno tradizionalmente assegnata da Romolo ai primi cittadini di Roma e trasmissibile in eredità con diritto di piena proprietà), mentre cento heredia equivalevano ad una centuria, corrispondente a circa 500.000 metri quadrati e quindi a 50 ettari. La centuriazione del territorio, cioè la suddivisione in centurie, che preludeva la successiva assegnazione ai coloni e spesso la fondazione di una nuova colonia, rappresenta forse la più antica forma di "piano regolatore" e deriva dalla tradizionale fondazione di Roma ad opera di Romolo.
Ogniqualvolta si doveva provvedere alla centuriazione di un territorio, veniva nominata una apposita commissione formata da tre incaricati, detti Treviri Agris Dandis Adsignandis, i quali, a seconda della complessità dell'incarico, potevano mantenere la carica per due, tre o cinque anni e, almeno in età repubblicana, erano in genere appartenenti alla classe equestre. Successivamente tali incarichi vennero assegnati anche a rappresentati di classi inferiori e addirittura a liberti. Al seguito dei Treviri Agris Dandis Adsignandis lavoravano gli agrimensori, che si occupavano di tutti gli aspetti puramente tecnici della centuriazione.
La tradizione voleva che venissero per primi tracciati i due assi ortogonali, fondamentali per la suddivisione del territorio, il decumano massimo (orientato da est a ovest secondo il percorso del Sole) e il cardo massimo (orientato da nord a sud, secondo l'asse dell'universo). Sempre secondo la tradizione, l'uso della suddivisione nei quattro quadrati fondamentali delimitati dagli assi orientati secondo i punti cardinali deriverebbe dalla religione etrusca. Per gli Etruschi, infatti, questa sarebbe stata la suddivisione del templum celeste, tenuta in considerazione per numerosi rituali religiosi. Tuttavia, una più attenta analisi storica farebbe prevalere la convinzione che tale pratica avesse piuttosto origini greche.
Comunque sia, qualsiasi territorio centuriato aveva il suo decumano massimo e il suo cardo massimo, anche se spesso il loro orientamento non rispettava i punti cardinali a causa della struttura del territorio, della presenza di importanti via di comunicazione o, più semplicemente, per il confine con un altro territorio già centuriato per cui il successivo veniva suddiviso in maniera non parallela al primo per essere da questo meglio distinto.
Il punto centrale del territorio da suddividere, che doveva corrispondere all'incontro del decumano massimo (tracciato sempre per primo) e del cardo massimo, era detto umbilicus e in esso veniva collocata la "groma ", strumento fondamentale per gli agrimensori.
La groma era costituita da un bastone con un'estremità appuntita che veniva conficcata nel terreno o ad lapidem, cioè in un cippo in dotazione agli stessi agrimensori. Sulla parte del bastone era poi fissato un braccio mobile che poteva essere orientato e sul quale era posta la groma vera e propria, una croce di legno rivestita di ferro alle cui estremità erano appesi, accoppiati, dei fili a piombo. La perpendicolare dei fili a piombo, riportata sul terreno, consentiva di tracciare le linee ortogonali necessarie a suddividere il territorio, segnalate da paletti piantati a terra. Una volta raggiunta la lunghezza voluta degli assi (2400 piedi nel caso della centuria standard), si ripiantava la groma per delimitare i lati del quadrato che si voleva tracciare e che sarebbe poi stato suddiviso in ulteriori parti attraverso i limites. Ogni cinque limites, sempre perpendicolari tra loro, in genere veniva tracciata una strada. Tutti i limites erano numerati e ad ogni incrocio venivano posti dei cippi detti termini che ne indicavano l'esatta ubicazione con delle sigle. Ad esempio SDII KKIII indicava l'incrocio tra il secondo Decumano posto a Sinistra del decumano massimo e il terzo "Cardo" situato nella parte posteriore rispetto al cardo massimo (le due parti nelle quali il territorio veniva diviso dal decumano massimo erano infatti dette "destra" e "sinistra", mentre quelle delimitate dal cardo massimo, rispettivamente antica o ultrata - davanti e postica  o citrata - dietro) La sacralità dei cippi era indiscussa, tanto che su di essi si riteneva vegliasse il dio Terminus, protettore dei confini.
La distribuzione degli appezzamenti di terreno così ricavati veniva poi effettuata mediante sorteggio o, solo per i rappresentanti della classi più abbienti, con chiamata nominativa Le assegnazioni venivano registrate su documenti ufficiali, un vero e proprio catasto, dei quali era possibile la consultazione in caso di successive controversie. A lungo si è discusso sulle reali sembianze della "groma ", in quanto per lungo tempo l'unico esemplare visibile è rimasto quello realizzato sul bassorilievo della lapide tombale dell 'agrimensore Popidius Nicostratus, a Pompei. La scarsa leggibilità del rilievo ne ha reso disagevole la comprensione fino a che non si è avuto, sempre a Pompei, lo straordinario ritrovamento di un esemplare di "groma" smontato nella bottega di Verus ( lo stesso proprietario della meridiana portatile), dove probabilmente era stata portata per essere riparata.
Altro strumento di misura lineare ritrovato a Pompei è la regula e ci si consenta di riflettere ancora una volta sulla straordinaria ricchezza di informazioni ottenute dagli scavi archeologici nella città campana, probabilmente irrimediabilmente perdute se la vita non vi fosse rimasta cristallizzata da quella terribile notte del 79 d.C. Costituita da una sbarretta di piombo, osso o legno e complessivamente lunga quanto un piede, la regula era rigida o pieghevole in due o tre parti grazie ad un meccanismo a cerniera per il quale era possibile il bloccaggio in modo da renderla fissa una volta aperta e agevolare così le misure. Sulla sua superficie erano incise le misure dei sottomultipli del piede.
Anche i compassi, praticamente identici a quelli odierni, erano già conosciuti e utilizzati. Oltre ai normali strumenti dotati di due bracci identici di forma triangolare allungata, venivano realizzati anche compassi "a riduzione", composti da due coppie di bracci di lunghezza diversa, in modo da riportare misure in scala.
La norma (squadro) era anch'essa realizzata generalmente in metallo, ma probabilmente ne esistevano anche degli esemplari di legno. Utilizzata per misurare gli angoli retti, poteva avere una forma anche molto complessa, con aggiunta al solito triangolo rettangolo di ulteriori segmenti per creare e misurare anche angoli acuti o ottusi. Con l'aggiunta di un filo a piombo (perpendicolum), la norma poteva essere utilizzata anche per verificare l'orizzontalità dei piani in sostituzione della libella, costruita con due barre unite da un raccordo (e quindi a forma di una A), dalle quali veniva fatto pendere il filo a piombo. Probabilmente l'unica parte in ferro della libella era il contrappeso attaccato al filo, perché nessun esemplare è stato rinvenuto finora negli scavi archeologici. Della sua esistenza sono però testimonianza certa molte fonti iconografiche.
Stupendo, soprattutto per il significato simbolico, è il mosaico rinvenuto nell'officina coriacorum di Pompei , dove viene rappresentata un'allegoria della morte che tutto eguaglia. La libella è qui posta al centro, in equilibrio tra la ricchezza e il potere (rappresentati a sinistra dallo scettro, dalla porpora e dalla corona) e la povertà (a destra con la bisaccia, il mantello e il bastone). Il contrappeso del filo a piombo è un teschio (la morte), che viene sorretto da una ruota (la fortuna) sulla quale si appoggia una farfalla (l'anima).
Come per l'odometro, anche per altri strumenti è stata possibile una ricostruzione attendibile solo attraverso le descrizioni fattene da Vitruvio ed Erone, poiché non siamo in possesso di alcuna testimonianza tangibile a causa delle deperibilità dei materiali con i quali erano costruiti.
Tra questi sono da ricordare il chorobates, la lychnia e la dioptra. Descritto sempre da Vitruvio e utilizzato per misurare il livello del piano soprattutto nella costruzione degli acquedotti, il chorobates è assimilabile ad una odierna, gigantesca "bolla". Era costituito da una trave di legno lunga venti pes, sorretta da due piedi e munita di due fili a piombo alle estremità. I piedi erano uniti alla trave da delle assi trasversali sulle quali erano incise delle tacche, la cui corrispondenza con i fili a piombo consentiva di verificare la perpendicolarità al terreno. Sulla parte superiore della trave era anche scavata una scanalatura che poteva essere riempita d'acqua. Analoga verifica poteva essere effettuata quindi anche controllando il livello dell'acqua all'interno.
Erone ci descrive invece la lychnia, con la quale era possibile misurare le altezze, anche quando considerevoli. Le ricostruzioni fatte sulla base delle fonti, la rappresentano come una riga montata su in piedistallo munito di puntale per essere conficcato nel terreno e di filo e piombo per un corretto posizionamento. Alla riga erano applicati due mirini scorrevoli su due montanti recanti una scala metrica. Sfruttando le proprietà di similitudine di due triangoli rettangoli, era possibile effettuare le misurazioni.
La dioptra, strumento estremamente complesso ideato da Erone e del quale ci è giunta purtroppo solo una descrizione incompleta, consentiva di riunire in sé le funzioni del chorobates, della lychnia e della groma.


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